2 gennaio 1960: ADDIO GRANDE FAUSTO
Photo Credit To http://www.museobolognacalcio.it/wp/

2 gennaio 1960: ADDIO GRANDE FAUSTO

Sin da piccolo Fausto aveva un torace mal formato su due gambe da trampoliere e per questo i genitori pensarono di evitargli le fatiche dei campi, avviandolo a fare il garzone di salumeria. Trovato un lavoro a Novi ecco che Fausto inizia le sue prime corse in bicicletta, sopra un vecchio rottame, portando di casa in casa pacchi e pacchettini; è il primo segno della vocazione di Fausto, che, dopo infiniti risparmi, riesce finalmente ad acquistare una “Maino” grigio perla, la sua prima vera bicicletta da corsa.

La sua prima corsa la disputa sul circuito di Castellania a diciotto anni. Non vince per l’afflosciamento di una gomma, ma riesce nell’intento di farsi apprezzare da Biagio Cavanna, lo stregone dei muscoli; il mago è cieco, ma nelle mani ha il metro del campione e in quelle gambe di Fausto egli intuisce il corridore. Cavanna capisce l’uomo, lo porta con se, lo educa al ciclismo e il dilettante impara così a studiare la corsa, ad amministrare gli sforzi, a prendere coscienza del suo mestiere; d’ora in poi la sua immagine corrisponderà con il mulinello delle sue gambe.

Fausto passa professionista nel 1940, nelle file della “Legnano”, come gregario del grande Gino Bartali. Ma non è nato per fare il portaborracce: e infatti dopo aver tallonato il suo capitano, e aver collezionato la sua prima vittoria nella tappa Firenze-Modena; riuscì anche a conquistare la sua prima maglia rosa.

Oltre a difendere le insegne del primato riesce a scoprire un momento di crisi del suo capitano, ne approfitta e gli infligge un umiliante distacco (27’41” nella tappa Abbazia-Trieste). Con la conquista del suo primo Giro d’Italia, ha inizio una lunga rivalità con Bartali, “che farà epoca”, e che vedrà come antagonisti anche altri ciclisti di prim’ordine quali Magni, Bobet, Kubler, Koblet, Gaul.

Nelle due stagioni successive conquista cinque vittorie in linea (1941), il titolo di Campione Italiano su strada (1942) e il 7 novembre 1943, tra un allarme aereo e l’altro, conquista il record dell’ora su pista al Vigorelli con km 45,798.

Purtroppo la storia ridimensiona gli ardori sportivi, l’Italia scende in guerra e il ventenne Fausto è chiamato alle armi.

Tra guerra e prigionia Fausto incenerisce gli anni più belli della sua gioventù. Ritorna in patria il 3 febbraio 1945, con i muscoli secchi dalla fame patita negli anni di prigionia e grazie a Nulli e Ferrari riprese a gareggiare nei piccoli circuiti che venivano disputati per cercare di dimenticare le barbarie della guerra.

Poi la folla dimentica i lutti e le tragedie e scende nuovamente in strada per seguire la lotta tra il vecchio Gino e il giovane Fausto.

La prima Milano-Sanremo del dopoguerra da inizio alla meravigliosa leggenda di cui Fausto è il protagonista assoluto; inimitabile personaggio, si avvia alla sua prima vittoria nella classica di primavera con un distacco netto (14 minuti). La strada che vede Fausto impegnato a riconquistare il suo carico di gloria bruciato in cinque anni di silenzio gli si apre amica per entusiasmanti vittorie. Dalle impervie strade dei passi dolomitici, alle rampe del Ghisallo, alla pista del Vigorelli non c’è impresa che non sfugga al ritmo diabolico del campione.

Tra il 1946 e il 1947 Fausto colleziona 22 vittorie, veste la maglia iridata dell’inseguimento su pista, tricolore su strada, maglia rosa al giro del ‘47, vince quasi tutte le classiche in linea con lo splendido finale del giro di Lombardia.

Siamo ancora ai tempi eroici della bicicletta, un’epoca che sembrava tramontata. Con la polvere dei primi giri d’Italia riprendono vita le strade, e i colli alpini sono simili a quelli degli anni del Diavolo Rosso. Paragonato a quello di oggi il ciclismo era allora fermo alla sua fase più crudele, l’immagine del corridore era quella di un Don Chisciotte in sella al suo cavallo di ferro con davanti a se il muro della natura da spezzare. Fausto macina chilometri ed allori, la forza dell’allievo di Cavanna condiziona l’interesse agonistico delle corse in solitario monologo.

La stagione del 1948, a giudizio dei tecnici, è per Fausto l’annata più scarsa e il campionissimo vince appena nove corse, tra cui la Milano-Sanremo.

Solo nel 1949 Coppi si libera di ogni inibizione dovuta al periodo di prigionia.

L’atleta pallido, che la retorica aveva definito “l’Amleto del pedale”, e Gino Badali si daranno battaglia: il risultato finale vedrà soccombere il toscano.

Sulle montagne Fausto, oltre a conservare lo stile del cavallo purosangue, si arricchisce delle doti di cavallo adatto alle lunghe distanze.

Il Giro d’Italia racconta solo le sue gesta, con lo sfondo del Falzarego, del Pordoi, dell’Izoard. Dopo la fantastica cavalcata del giro, ecco, per la prima volta il Tour de France. E’ una grande incognita, è una gara che si vince sulla bagarre che spezza i nervi agli avversari. Saprà Coppi imporsi? Nel Tour si assiste ad un colpo di scena: Coppi troverà nel suo grande rivale, Gino Bartali, un grande aiuto per superare le prime tappe. I Pirenei e le Alpi vedono trionfare una maglia tricolore; i due campioni italiani non lasciano scampo ad alcuna coalizione, ogni loro allungo provoca un cataclisma in classifica e alla fine della corsa Fausto vince il Tour con 11 minuti di vantaggio su Gino: conquista anche il gran premio della montagna. I francesi che avevano accolto Coppi con scetticismo, ne decretarono il trionfo al Parco dei Principi.

Chiuderà l’annata vincendo il giro di Lombardia ed aggiudicandosi anche il titolo di Campione Italiano su strada. IL 1950 sarà un anno amaro per Fausto. Al Giro d’Italia la sfortuna lo attende a Primolano, un piccolo paese delle Dolomiti; una caduta obbliga il campione al ritiro. Non sarà la prima ne l’ultima volta che la vita si accanisce contro di lui. Infatti, mentre cuore, polmoni, muscoli sono il suo punto di forza, lo scheletro, fragilissimo, è il suo punto vulnerabile. L’inizio della stagione del 1951 lo vede correre al risparmio, pensa al Tour; e la gara di selezione che lo precede corrisponde alla pagina più dolorosa della sua vita. Serse, il fratello buono, caduto al termine della Milano-Torino, muore. Questo è un grosso trauma per Fausto, che minaccia il ritiro dall’attività agonistica. Dopo un periodo d’inattività Fausto ritorna alle corse in occasione del gran premio Vannini, a cronometro, disputato a Lugano, aggiudicandoselo con ben due minuti di vantaggio sul secondo. Riavutosi dalla morte di Serse, il Giro d’Italia del 1952 parla solo di lui. I colli dolomitici lo vedono riprendere il volo mentre gli altri rimangono piantati sui pedali ad inseguire, a netta distanza. In tanti anni di corsa non ha mai mutato posizione in sella, a 32 anni è simili al ragazzine porta boracce di Bartali.

Al Tour de Franco Fausto impone la propria legge, accomunando alla regolarità del proprio ritmo nella cronometro ed ai suoi formidabili allunghi in montagna, il cervello. E’ forse il primo corridore a preparare gli schizzi altimetrici della tappa e a sfruttare saggiamente la chimica farmaceutica e una specifica alimentazione. Al Parco dei Principi quasi mezz’ora lo separa dal secondo classificato. E’ il primo atleta a vincere per due volte (1949-1952) il Giro d’Italia e il Tour de France nella stessa stagione.

Nel 1953 Fausto si aggiudica l’ultima maglia rosa e il suo quinto Giro d’Italia. Giro vinto in extremis con l’aggiudicazione nella vittoria finale in una grandissima tappa, la Bolzano-Bormio, nella quale schiantò il suo rivale Ugo Kobler. Per prepararsi al meglio al campionato del mondo su strada e per non compromettere il suo regime d’allenamento non partecipa al Tour. A Lugano, Fausto, gioca la carta più avvincente del suo orgoglio. Per lunghi anni la sua mancanza di scatto e la scelta di percorsi sempre più corti, piatti come tavoli da biliardo, avevano impedito al più grande corridore di tutti i tempi la maglia che gli spettava di diritto. Questa volta gli organizzatori non hanno fatto i conti con la ripida salitella della Craspera, qui Fausto sgrana il gruppo e comanda la corsa come vuole, al suo primo vero allungo gli resiste solo il belga Derycke, ma dopo un giro anch’egli si arrende e Fausto vola a conquistare il suo primo e unico Campionato del Mondo.

Nel 1954, per un’ennesima caduta, si ritira dal Giro d’Italia e conclude la stagione con la sua prima vittoria in volata nel giro di Lombardia. Nel 1955 hanno inizio gli anni amari, sia a causa del clamore sulla sua vita privata, sia per il tramonto implacabile dell’atleta. Ma il campione vince ancora, si aggiudica per due volte consecutive il Trofeo Baracchi.

L’inverno del 1959 lo vede accettare l’invito per un safari nella foresta africana, dal quale tornerà con la malaria, malattia che i sommi medici e professori di quei tempi non riuscirono o non vollero diagnosticare. Il 1960 per Fausto durerà solo l’arco di una giornata, la morte che gli aveva teso un agguato nella savana gli negò la fine degna di un eroe moderno. Fausto, campione amato dalle folle, professionista serio, si spense a Tortona il 2 gennaio 1960.

Lamberto Bertozzi

About The Author

Related posts