Come il calcio ha salvato la vita di Moses

Come il calcio ha salvato la vita di Moses


La tragica storia di Victor Moses, il ragazzino salvato dal calcio: dalla guerra civile in Nigeria al sogno dell’Inghilterra

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20 Gennaio 2020 Alle 18:45

Nelle strade calme e placide di Kaduna non era inusuale vedere bambini correre dietro a un pallone. Dopo una mattinata trascorsa tra i banchi di scuola, anche il giovanissimo Victor Moses provava a inseguire il sogno di diventare un grande calciatore: per qualche ora le vie polverose si trasformavano nel campo da calcio più bello del mondo, con riflettori brillanti e il pubblico delle grandi occasioni. All’epoca la sua tranquilla cittadina era uno dei centri più fiorenti di tutta la Nigeria, una sorta di zona strategica per il commercio grazie ai suoi snodi ferroviari e stradali.

Calcio dopo calcio, tiro dopo tiro, Victor sognava i grandi palcoscenici d’Europa assieme ai bambini della sua età, gli avversari perfetti con i quali allenarsi per diventare un grande campione. È stato proprio uno di quei pomeriggi a salvargli la vita. Dopo l’ennesima partita, Victor tornò a casa e si trovò davanti lo scenario più brutale di sempre: i suoi genitori erano stati assassinati da un gruppo di giovani musulmani che facevano parte di una banda di ribelli che in quel tragico 2000 uccisero più di 100 persone, dando vita a una vera e propria guerra contro i cristiani che divise in due la città.

Victor Moses e i suoi amici alla Harris Academy. Fonte: Twitter

Tutto d’un tratto Victor era rimasto solo. La sua casa, i suoi affetti, i suoi sogni, tutto era andato in frantumi nel giro di pochissimi minuti. Sapeva bene che lui sarebbe stata la prossima vittima e per sopravvivere si rifugiò dai suoi amici che tentarono di nasconderlo per qualche tempo. Mentre il gruppo di ribelli era ancora sulle sue tracce, il Governo Britannico prese a cuore la sua situazione e accettò di accoglierlo in Inghilterra come profugo, assieme a una manciata di altri suoi fortunati connazionali.

Moses arrivò nel sud di Londra quando era soltanto un adolescente e venne affidato a una nuova famiglia, incaricata di prendersi cura di lui, dargli un istruzione adeguata e provare a rimettere insieme i pezzi di una vita ormai andata in frantumi. Per Moses l’Inghilterra divenne una sorta di terra promessa: “Al primo sguardo sembrava il Paradiso– dirà poi qualche anno più tardi- Mi sembrava di poter vedere i miei genitori lì. Era un posto sconosciuto per me, così lontano da Kaduna.”

Ma fu proprio questo l’inizio della sua fortuna: a 14 anni Victor diventò la star della squadra del suo istituto scolastico, meglio conosciuto come Harris Academy,  e venne chiamato dall’Academy del Crystal Palace, la squadra che gli ha regalato il debutto tra i grandi della Premier League. Il resto della sua storia lo conosciamo tutti, compresa la parentesi vincente con il Chelsea e l’incontro con Antonio Conte che adesso potrebbe portarlo in Serie A.

Victor Moses con la maglia del Crystal Palace. Fonte: Getty Images

Anche se la Nigeria gli ha tolto tutto ciò che aveva, Moses decise di rinunciare alla maglia dell’Inghilterra per giocare con la sua nazionale d’origine, un gesto che somiglia tanto a una sorta di perdono nei confronti del suo Paese d’origine. E quando qualcuno gli chiede di parlare della sua storia, Victor si limita a dire che è soltanto grazie al calcio che è riuscito a superare questo trauma così grande, dal quale è davvero difficile uscire. D’altronde ha ragione: la sua vita è sfuggita alla morte soltanto perché si trovava in strada a giocare a calcio con i suoi amici.



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