Corriere dello Sport, intervista al nostro Patron Massimo Zanetti

Corriere dello Sport, intervista al nostro Patron Massimo Zanetti


Bologna, 23 marzo –

Di seguito l’intervista rilasciata al Corriere dello Sport dal nostro Patron Massimo Zanetti.

“Questa volta è una tragedia, soprattutto per l’Italia. Dal mio punto di vista siamo tranquilli, lavoriamo, ma lì da noi è un bel problema coi i bar chiusi e le attività ferme. Penso che fino a maggio andrà così, poco più. La ripresa la vedo a settembre. Sembra una specie di crisi del ’29, la grande Depressione. Ma potrebbe anche aver aspetti della ricostruzione del Dopoguerra. Lo capiremo più avanti”.

Dello sport invece cosa dobbiamo aspettarci?
“È tutto molto brutto, non ci sono incassi, non gira più denaro. Certo in estate potrebbe esserci spazio per le manifestazioni che sono state interrotte. Ovviamente dipenderà da molte cose, ma quella può essere una finestra utile”.

Anche grazie allo slittamento degli Europei. E l’Olimpiade?
“Credo che quella del calcio sia stata una scelta giusta. E’ chiaro: non deve essere stata una decisione facile. Per l’Olimpiade è lo stesso. Se finirà tutto in fretta le faranno. Altrimenti le faranno slittare. E si finiranno i tornei di calcio, basket, riprenderanno le corse…”.

Lei come sta senza sport?
“Male, mi manca moltissimo. Sono disperato, non si può vedere nemmeno in tv. Si guardano i telegiornali, si cerca di far passare il tempo al meglio”.

Le manca più il calcio o il basket?
“Con la Virtus stavamo facendo grandi cose. E’ un peccato per come si è interrotta la stagione. Però anche il calcio è sempre un divertimento”. (e ride)

Al punto da pensare di reinvestire nel pallone, prima o poi? A Bologna ci aveva provato.
“A livello imprenditoriale mi manca molto. Io e Luca (Baraldi) siamo due pallonari, veniamo da lì. Ma avendo investito nella pallacanestro il mio budget l’ho messo lì, non posso aggiungere anche una squadra di calcio. E poi con il Bologna ho chiuso, con il calcio ho già dato, ho salvato la squadra e adesso sono contento abbia una presidente danaroso che la sostiene. E poi per investire nel calcio ci vuole un altro cuore”.

Cioè?
“Bisogna avere meno di cinquant’anni e un cuore saldo”. (ride)

Lei e Saputo vi siete più sentiti?
“No, è venuto a vedere una partita della Virtus, è stato molto gentile”.

Si è divertito guardando il Bologna quest’anno?
“L’ho seguito il giusto, un po’ in tv. Mi sono concentrato di più sul basket. Però l’ho visto e mi pare abbia degli aspetti su cui insistere”.

Anche per arrivare in Europa?
“Glielo auguro, però mi sembra prematuro, è un percorso da fare. Al di là di questo, sono contento soprattutto per Mihajlovic, per quello che ha affrontato e il modo in cui lo ha fatto”.

Vi siete sentiti?
“No, no. Però so che è un uomo forte, coraggioso, la sua storia ha impressionato tutti. Ha avuto grande forza, è sicuramente un esempio da seguire. Lui si sente con il mio allenatore”.

Djordjevic. Che rapporto avete?
“Splendido, Sasa è una persona squisita. Sono contento che ci sia lui alla Virtus. Resterà a lungo, questo lo posso garantire”.

Come Teodosic?
“Oh sì. Altro ragazzo fantastico. Anche lui resterà con noi. C’è un gruppo molto forte, unito, e questo è importante anche in un momento del genere. Solo Gamble è partito, gli altri sono a Bologna, tutti tranquilli, lavorano come possono, è una squadra meravigliosa. Il problema della condizione c’è, dovremo capire dopo questa bufera come riprendere”.

Anche perché c’è un primo posto da cui ripartire.
“Avevamo fatto tanto per rendere la Virtus competitiva, non avevamo previsto questa situazione, non potevamo prevederla. Quando sarà passato tutto capiremo come muoverci”.

Lo scudetto è un obiettivo?
“Magari. Ci speriamo. Sicuramente i passi per vincerlo erano stati fatti. Noi vogliamo stare ai vertici,vogliamo essere un po’ il contraltare di Milano. Cioè essere la Virtus che è sempre stata, quella che vince”.

Il basket come ripartirà?
“La situazione era buona. Con la nomina di Gandini a presidente di Lega, un sacco di miglioramenti all’orizzonte. La collaborazione con Petrucci. Un ambiente foriero di buoni cambiamenti. Ma adesso dobbiamo aspettare prima di rimetterci in corsa”.

Nel calcio invece c’è (forse) un problema stipendi.
“Penso che il calcio debba ripartire bene, riguardare alcune cose. Aveva raggiunto cifre spaventose, i giocatori muovono cifre importanti. Il calcio in tv è sempre lo spettacolo più visto, fa girare tanti soldi, ma credo che il problema degli stipendi sia una goccia nel mare”.

Ci sono anche funzioni sociali.
“Enormi, enormi. Il fatto che manchi adesso è una tragedia, la gente con lo sport si calma, sta più tranquilla, ha obiettivi. L’assenza quotidiana, settimanale è una cosa molto brutta. Forse potranno giocare qualcosa a porte chiuse, per ripartire. Non lo so. Ma lo sport è indispensabile”.

Lei se lo immagina uno sport senza pubblico?
“Non esiste, non c’è. Lo sportivo che lo fa di professione lo fa perché gli piace la gente, ha il bisogno fisico del pubblico. Ho visto le ultime partite con gli spalti vuoti, una malinconia. No, forse giusto qualche partita, se necessario, ma non esiste”.

Figuriamoci il ciclismo.
“Il ciclismo è lo sport più puro. Anche perché è davvero della gente. E poi la fatica che fanno questi ragazzi per due lire è inimmaginabile. A parte tre o quattro che
prendono molti soldi, per gli altri è passione pura”.

A lei perché piace?
“Per la fatica. Io ho fatto tanti sport, il pugilato è faticosissimo. Ma il ciclismo è un’altra cosa. Bisogna che la testa ti dica di andare avanti, avanti, non mollare. E questa è una cosa che ho sempre ammirato”.

Senza Giro d’Italia farà strano. Si era fermato solo in tempo di guerra.
“È rimandato. Sono sicuro che lo faremo. Urbano (Cairo, ndr) lo farà, ne sono sicuro. Però è strano sì”.

È un anche un dramma generazionale.
“Sono passati molti anni, siamo stati a lungo senza troppi problemi. Ma le generazioni precedenti hanno passato anche cose peggiori. Noi stiamo chiusi in casa, non arrivano le bombe. Adesso abbiamo questa paura enorme, non appena ci sarà l’antidoto le cose si risolveranno”.

Che corsa le piacerebbe vincere con la Trek?
“Le corse del mio cuore sono due: la Milano-Sanremo e il Giro d’Italia. Papà mi portò a vedere una corsa, non me lo sono mai dimenticato. C’erano Coppi e Bartali. Passarono e io ero lì, li guardavo, quell’immagine di due uomini forti, belli, mi è rimasta negli occhi e nel cuore. Avrò avuto quattro anni”.

Adesso lei ha Nibali.
“Vincenzo è un amico. Ho fatto di tutto per portarlo da noi. Ci sono affezionato, è un fuoriclasse. Di corridori come lui non ce ne sono tanti. Anche se è vero che ci sono tanti ragazzi forti, noi ne abbiamo molti”.

Ciccone. Può essere il nuovo Nibali?
“No, sono due corridori diversi. Sicuramente Vincenzo può dargli una mano, fargli da guida. Penso potrà fare bene alla Vuelta. Poi abbiamo tanti ragazzi, Conci, Moschetti, ragazzi che hanno fatto un salto importante e che in futuro si possono rivelare davvero forti”.

Perché in Italia non ci sono squadre del World Tour?
“Perché ci vogliono tanti soldi, anche 20, 30 milioni. Il ciclismo ha un boom mondiale, noi alla Trek abbiamo tre squadre diverse. Tolto questo momento, si corre in Giappone, in America e in Italia contemporaneamente. La passione è enorme, ma per fare una squadra ci vogliono i mezzi. Il calcio è una grossa idrovora che si succhia molti soldi”.

Non c’è un ritorno?
“Nel calcio tornano, nel ciclismo no. Un po’ come nel basket: costa soldi. Bisogna essere un po’ filantropi. Ma i cambiamenti possono aiutare il mondo dell’economia, come quello dello sport”.

Vi siete sentiti tra imprenditori italiani?
“Sono andato via per questioni di lavoro, non ho sentito nessuno. I miei manager sì, ci confrontiamo,cerchiamo di trovare strategie per quando ripartirà tutto. Lo faccio insieme a Baraldi, che adesso sta chiuso in casa a Parma. Ci sentiamo, telefono, videochiamate”.

Le ha fatto effetto vedere il Veneto subire così tanto?
“Sì. Ma è chiaro che la diffusione è iniziata in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, cioè nelle regioni con l’ossatura delle piccole e medie imprese. Sono le regioni che hanno più contatto con l’estero, e certamente si sono portate dietro questo problema”.

Che cosa dobbiamo imparare da questa storia?
“Molte cose. Una: non servono i soldi, la globalizzazione, i social; gli uomini si erano convinti di poter battere tutto. Una malattia ci ha fatto tornare al medioevo. Dobbiamo stare più coi piedi per terra, questo dobbiamo fare”.



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