Storia del Pallone d’oro: il ’62, Josef Masopust

Storia del Pallone d’oro: il ’62, Josef Masopust


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7 Aprile 2020 Alle 10:39

Eleganza e tecnica al servizio della squadra, abbinati a una capacità di inserimento in modo da poter dare alla squadra una soluzione offensiva ancora maggiore. Josef Masopust infatti è stato uno dei più grandi centrocampisti in questo senso, un vero e proprio interno in grado di controllare sapientemente il gioco in mediana e di diventare l’uomo gol in più che costituiva una vera e propria minaccia negli anni ’50 e ’60 dove le marcature erano solo a uomo.

Nacque a Most nel nord ovest del Paese e subito si mise in mostra per le sue abilità calcistiche nel Baník Most, ma fu a diciannove anni che passò in Mitrovství republiky, la Serie A cecoslovacca, con il Teplice. I gialloblu erano una piccola realtà che riusciva a fatica a barcamenarsi in prima divisione, ma Josef visse tre anni importanti e a renderlo un campione ammirato in tutta la nazione fu l’ultima annata. Gli Skláři ottennero un incredibile e inatteso terzo posto in classifica e il loro giovane talento era diventato il giocatore più ambito dell’intera nazione. Non si era mai visto infatti qualcuno capace di giocare in ogni zona del campo come lui risultando l’uomo in più. La regione di Ústí nad Labem era divenata troppo piccola e nel 1952 andò nella Capitale per giocare con la squadra più forte e odiata: il Dukla Praga. I giallorossi infatti erano la squadra dell’esercito e del regime che creò una legge stranissima che permetteva di poter prendere quasi tutti i migliori senza doverli pagare. Bastava infatti che il calciatore avesse prestato servizio militare e diventava automaticamente un suo tesserato e stava poi alla società decidere se lasciarlo alla squadra di appartenenza o fargli vestire la propria maglia. Masopust non era uno dei tanti e quindi l’approdo al Dukla fu immediato e le vittorie non tardarono ad arrivare. Già nel 1953 potè alzare al cielo il suo primo campionato e nonostante la giovane età si impose subito all’interno di uno degli undici più forti di sempre in Cecoslovacchia che poteva schierare grandi giocatori come Hlaváček ed Hemele. La nazionale però tardò ad arrivare perché il tecnico Karol Borhy costruì una squadra molto esperta e matura, ma al Mondiale in Svizzera le cose andarono decisamente male. Sette gol subiti e nessuno segnato contro Uruguay e Austria e la triste avventure finì immediatamente. Il debutto arrivò solo alla fine del 1954 con il nuovo tecnico Antonin Rygr e quattro anni dopo potè scendere in campo per la sua prima Coppa del Mondo. Inserita in un girone di ferro la Cecoslovacchia riuscì in un’impresa favolosa quando a Helsingborg rifilò sei reti all’Argentina. Masopust era un titolare inamovibile per Kolsky, ma quella contro i sudamericani fu l’unica vittoria dopo una sconfitta contro l’Irlanda del Nord e il pareggio contro la Germania Ovest, dopo che i cecoslovacchi erano stati in vantaggio di due gol. Fu necessario quindi uno spareggio a Malmö contro i nordirlandssi e dopo centoventi minuti drammatici fu una doppietta di McParland a fermare i sogni di gloria di Josef e compagni.

La delusione fu enorme e anche il Dukla si prese una breve pausa in quanto a vittore. Ritornò al successo nel 1961 e fece il bis l’anno seguente, ma in Coppa dei Campioni la squadra non riuscì mai ad andare oltre i quarti di finale. La nazionale stava però cambiando in positivo e l’ottimo terzo posto finale nel primo Europeo della storia nel 1960 fu una dimostrazione. Fu a trentun’anni che visse una seconda giovinezza quando, dopo aver vinto il secondo campionato consecutivo e il quinto nella sua carriera, partecipò al suo secondo Mondiale. Il commissario tecnico allora era Vytlacil e la Cecoslovacchia disputò la sua miglior Coppa del Mondo post Seconda Guerra Mondiale. In Cile la squadra partì subito alla grande battendo la Spagna e pareggiando con il grande Brasile campione del mondo, ma con il Messico si rischiò la figuraccia. I centrocamericani erano sempre stata la cenerentola del torneo ma al Sausalito di Viña del Mar vinsero per la prima volta nella loro storia nella massima competizione per nazioni infliggendo ai cecoslovacchi una sconfitta parecchio umiliante. Per loro fortuna però il Brasile sconfisse la Spagna e i quarti di finale furono comunque garantiti. Iniziò una serie di sfide incrociate con altre realtà dell’Europa orientale, ma prima l’Ungheria e poi la Jugoslavia furono costrette a cedere alla potenza cecoslovacca che si ritrovò così in finale ventotto anni dopo l’ultima volta. Davanti ai quasi settantamila spettatori del Nacional di Santiago ci fu la riedizione della gara del girone contro i Verdeoro. La Seleçao era vogliosa di replicare il successo di quattro anni prima, ma Masopust voleva rovinare la festa. Pospichal vide il perfetto movimento di Josef e lo servì nello spazio e al volo di destro trafisse Gilmar per l’incredibile 1-0. Come nel 1934 la Cecoslovacchia era passata in vantaggio nella finale di Coppa del Mondo, ma come allora la storia non fu dalla loro parte. Il portiere Schrojf, fino ad allora decisivo con grandi parate, visse probabilmente con troppa emozione l’appuntamento e con due clamorosi errori permise a Zito e Amarildo di ribaltare il risultato e nel finale Vavá chiuse definitivamente in conti. Il secondo posto fu molto amaro ma allo stesso tempo la squadra aveva ottenuto il massimo risultato possibile. France Football si innamorò completamente di quel favolo centrocampista arrivato da Most e a fine anno gli venne consegnato il Pallone d’oro con sessantacinque voti contro i cinquantatre di Eusébio e i trentatre di Schnellinger.

Un riconoscimento fantastico per un grande campione che avrebbe meritato palcoscenici maggiori rispetto al solo campionato locale. Masopust fu ancora decisivo per i successi del ’63, ’64 e ’66 e a trentacinque anni venne nominato miglior giocatore cecoslovacco a testimoniare che per lui il tempo sembrava non trascorrere mai. Alla fine del 1968 il regime gli concedette di uscire dalla nazione per fare una breve esperienza di due anni nel piccolo Crossing Molenbeek, squadra belga nella quale iniziò anche a ricoprire il ruolo di allenatore. Se ne andò a Praga nel giugno 2015 e con lui se ne andò parte di quel calcio anni ’60 tanto diverso da quello di oggi ma che gente come Masopust lo ha reso eroico e immortale.
Eleganza, classe, inserimenti senza palla, un centrocampista che ha anticipato i tempi per movenze e presenza a tutto campo. Un giocatore completo che ha riacceso la passione per il calcio in Cecoslovacchia, facendo sperare un intero popolo nelle giocate del suo campione, nelle giocate di Josef Masopust.



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