Storia del Pallone d’oro: il ’93, Roberto Baggio

Storia del Pallone d’oro: il ’93, Roberto Baggio


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18 Marzo 2020 Alle 10:51

Il più grande giocatore italiano di sempre, senza dubbio il più amato, il più iconico, l’uomo nato con la maglia Azzurra, in due parole: Roberto Baggio. Perché alla fine tutti abbiamo sempre voluto godere delle gesta di questo fenomeno e tutti abbiamo sofferto nel vederlo cadere dopo l’ennesimo brutto infortunio. Perché il vero Roby, quello al 100%, non lo abbiamo mai visto. La prima rottura del legamento del giocchio risale infatti al maggio 1985 quando giocava ancora in Serie C1 con il Vicenza. Il destino a volte sa essere veramente beffardo perché solo due giorni prima aveva firmato un contratto per la Fiorentina, ma nonostante la società sapeva bene che nella stagione successiva non avrebbe potuto giocare decise lo stesso di tenerlo. La stagione 1986-87 sembrò iniziare nel migliore dei modi ma a settembre ecco una nuova ricaduta e una nuova operazione che lo tenne fuori fino alle ultime giornate. Chi avrebbe avuto la forza e la determinazione di continuare? E soprattutto quale giocatore avrebbe potuto fare una carriera ad alti livelli con già due operazioni al ginocchio a nemmeno vent’anni? Baggio però non era uno dei tanti, non lo è mai stato e così rientrò giusto in tempo per segnare il suo primo gol in Serie A al San Paolo nel giorno della festa Scudetto del Napoli di Maradona con una punizione che valse il pareggio e la salvezza Viola.

Un genio del calcio, capace di giocate illuminanti, con un dribbling dolce che lasciava di sasso i difensori e un tocco di palla delicato e telecomandato, senza dimenticare poi la freddezza sotto porta che gli ha permesso di superare quota duecento gol in Serie A. Non innamorarsi di un giocatore del genere era impossibile e Firenze lo capì benissimo. La città toscana lo adottò come figlio di questa terra e quando nell’estate del 1990 il procuratore Caliendo e i presidenti Cecchi Gori e Boniperti si misero d’accordo per il suo passaggio alla Juventus si scatenò la guerra. Il fenomeno di Caldogno era il primo a non voler togliersi di dosso la maglia Viola e i tifosi gigliati fecero contestazioni senza sosta per questa decisione, ma ormai Baggio doveva prendere la strada di Torino. Cinque grandi stagioni a livello personale, ma per molto tempo difficili da sopportare perché il Milan di Capello era inarrivabile e lo Scudetto continuava a essere una chimera. Nel 1993 però il numero dieci vicentino compì un’impresa possibile solo ai grandissimi. I bianconeri trionfarono in Coppa Uefa eliminando grandi squadre come Paris Saint Germain e Borussia Dortmund e il loro uomo migliore non li tradì. Fu l’autentico trascinatore delle due semifinali e di entrambi le finali riuscendo a trovare cinque gol e quattro prestazioni sontuose nei momenti decisivi. Questo fu il momento che segnò la svolta nell’assegnazione del Pallone d’oro di quell’anno. Un vero e proprio trionfo con Baggio che toccò quota centoquarantadue voti, contro gli ottantre di Bergkamp secondo e i miseri trentaquattro di Cantona terzo.

Ne avrebbe meritati altri di riconoscimenti, senza dubbio l’anno seguente, ma probabilmente anche due anni prima. La Coppa Uefa infatti lo aveva sempre esaltato e nel 1991 stava per regalare un’altra finale alla Vecchia Signora ma non bastò la sua prestazione da urlo per ribaltare il 2-0 del Camp Nou contro il Barcellona. Nel 1994 arrivò Marcello Lippi e da qui, assieme a un riacutizzarsi di vecchi problemi fisici, iniziarono anni decorati ma difficili. Vinse finalmente il suo primo Scudetto ma dando un contributo solo a inizio e a fine annata e ormai il nuovo numero dieci bianconero doveva essere Alessandro Del Piero e così in estate venne ceduto al Milan. Altro Scudetto, ma tante polemiche e problemi con Capello che spesso lo relegava in panchina nonostante la tifoseria rossonera fosse tutta per lui.

Nel 1997 ormai sembrava un giocatore finito e sul viale del tramonto e così fu Bologna ad accoglierlo e al Dall’Ara visse un anno magico. Instaurò un rapporto con la città quasi come a Firenze e quando a gennaio l’Inter bussò alla porta emiliana per portarlo a Milano per provare a vincere lo Scudetto ricevette una risposta memorabile:”Il Bologna quest’anno ha fatto il record di abbonamenti perché ci sono io e la gente vuole vedere me, non posso tradirli”. Ecco perché Baggio sarà sempre il campione della gente, ecco tutti lo hanno amato. Per lui il rapporto con la tifoseria è sempre stato fondamentale e così riuscì a concludere il campionato segnando ventidue reti, una in più del suo precedente record realizzato nell’anno del Pallone d’oro.

A fine stagione poi la chiamata nerazzurra arrivò ancora e questa volta si mise la casacca numero dieci, ma Milano non gli portò bene nemmeno stavolta nonostante marchiò per due volte in maniera indelebile il proprio nome nella storia interista. La prima fu alla fine del 1998 quando entrò dalla panchina nella sfida contro il Real Madrid e si scatenò con una magnifica doppietta che regalò il 3-1 defintivo e poi nella sua ultima gara con la Beneamata. Nello spareggio per entrare in Champions League contro il Parma Marcello Lippi si giocava la sua panchina e i dissapori con Baggio erano ben noti a tutti, ma vari infortuni costrinsero il tecnico toscano a schierarlo dal primo minuto. Una sua doppietta da antologia fece terminare la partita anche questa volta sul 3-1 mandando l’Inter nel massimo torneo europeo ma condannando così l’esperienza nella squadra che da piccolo aveva sempre amato.

E infine arrivò Brescia, una squadra neopromossa e abituata ad avere pochissime soddisfazioni in Serie A. Vi rimase quattro anni e ciò che fece vedere dalle parti di Mompiano fu semplicemente poesia sportiva. Non solo le Rondinelle si salvarono sempre, cosa che al club non accadeva dal campionato 1966-67, ma in due occasioni ottenero la qualificazione all’Intertoto e poi una tripletta nel derby con l’Atalanta è qualcosa che viene ricordato a vita nel cuore di qualunque tifoso della Leonessa. Con i bergamaschi però sembrò avere un conto in sospeso quando nella stagione successiva segnò uno dei gol più belli della sua carriera quando con un dolce pallonetto dal limite dell’area trafisse Taibi mandando estasi totale il Rigamonti.

Certo questo è il Baggio gira Paese con i club, ma tutti noi non possiamo non associarlo all’Italia e alla Nazionale. Ha fatto strano non vederlo in Azzurro per tante, forse troppe volte, causa schemi tattici troppo restrittivi, ma nessuno è riuscito con la nostra rappresentativa a essere così decisivo per ben tre edizioni della Coppa del Mondo. A Italia ’90 partì come riserva ma con il passare dei giorni scalò sempre di più le gerarchie di Vicini e nella terza partita del girone segnò contro la Cecoslovacchia la rete più bella di tutta la competizione con uno slalom favoloso partendo da centrocampo. Il rammarico fu soltanto non aver giocato da titolare la maledetta semifinale contro l’Argentina, ma per poco non la decise anche in quella circostanza se solo Goycoecha non fosse riuscita a volare su una sua punizione all’incrocio.

Quattro anni dopo era il giocatore più atteso ma a inizio torneo sembrava essere irriconoscibile. Spesso fuori dal gioco iniziò a diventare nervoso tanto da far vedere al mondo che considerava matto il suo c.t. Sacchi per averlo tolto contro la Norvegia. Roberto però è un uomo fatto di emozioni e di passioni e il tutto cambiò quando sua moglie Andreina partì per gli Stati Uniti per stargli vicino e da lì iniziò un altro Mondiale. Una sua doppietta contro la Nigeria ci tirò giù dall’aereo che ci avrebbe rispedito a casa, alla Spagna rifilò una sua ennessima perla a tempo quasi scaduto per il decisivo 2-1 e in semifinale contro la Bulgaria andò a segno con un’altra favolosa doppietta. Ma la fortuna non è mai stata amica di Baggio e così poco prima che finisse la partita accusò uno stiramento. A fine partita scoppiò in lacrime perché sapeva che la finale non avrebbe potuto giocarla. Decise lo stesso di scendere in campo a Pasadena contro il Brasile ma non era lui e calciò alto l’ultimo rigore della lotteria. La dura legge del calcio, l’uomo che ha portato l’Italia in finale è il simbolo della sconfitta Azzurra nell’ultimo atto.

In Francia nel 1998 disputò il suo ultimo Mondiale sapendo però di essere la riserva di Del Piero, ma se il bianconero deluse il Divin Codino fu ancora grande protagonista. Segnò a Cile e Austria e contro il Camerun pennellò calcio. Ai quarti di finale ci fu la sfida con la Francia e il suo destro al volo durante i supplementari uscì di “tanto così” e grazie alla regola del Golden Goal sarebbe valso la semifinale. Si andò ancora ai rigori, Baggio segnò, ma gli errori di Albertini e Di Biagio furono fatali e ancora una volta i tiri dagli undici metri costarono il Mondiale.

L’Italia intera lo voleva ancora in Azzurro, soprattutto nel 2002 e nel 2004, ma a malincuore Trapattoni lo lasciò sempre a casa. Fu da brividi la sua ultima partita in Nazionale quando nell’aprile 2004 scese in campo al Luigi Ferraris di Genova per un amichevole contro la Spagna. Tutti erano lì per lui chiedendo a gran voce la sua convocazione per l’Europeo anche se avevano ben capito che quella sarebbe stata l’ultima volta.
Lasciò il calcio il 16 maggio 2004 a San Siro nel giorno della festa per lo Scudetto del Milan, ancora una volta corsi e ricorsi storici perché quando nasce e quando se ne va una stella c’è solo da gioire per aver goduto della sua classe. Per il Diavolo i tifosi avevano già esultato e in realtà tutti erano lì per il saluto al più grande di tutti capendo che senza Baggio “non è più domenica”.



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