Campioni mancati: Ricky Alvarez | Footbola

Campioni mancati: Ricky Alvarez | Footbola


La fine di Ricky Maravilla: dopo l’esperienza all’inter Alvarez non ha più trovato quell’enorme livello che aveva al Vélez

Ricardo Gabriel Álvarez. Anzi, Ricky Maravilla Álvarez. Un nome che mi fa svestire i panni dell’impersonalità ed entrare con l’io dentro a questa rubrica. Perché non so voi, ma tra i calciatori in grado di abbagliarmi e illudermi di poter diventare effettivamente un grandissimo lui è senza dubbio in prima fila.

Maledetta Copa Libertadores del 2011, una delle edizioni più belle dello scorso decennio, ma anche una di quelle di lasciare le impressioni più sbagliate su molti calciatori. Passino gli ottimi nomi usciti dal Santos di Neymar (che comunque lasciò molte promesse incompiute, su tutte Zé Eduardo, Rafael e Arouca), ma se parliamo delle altre grandi protagoniste di quell’anno, il Peñarol trascinato da Martinuccio, e il Vélez appunto di Ricky Álvarez, c’è da chiedersi cosa ci fosse di così magico in quell’edizione.

Ricky Alvarez velez inter

(Photo credit RODRIGO BUENDIA/AFP via Getty Images)

Álvarez era nel suo anno di grazia, e soprattutto sembrava aavere tutto per poter fare la differenza anche al di qua dell’Oceano: in quell’estate si discuteva su chi dover prendere dall’argentina tra lui e Lamela, altra stella emergente dell’epoca ma reduce dalla clamorosa retrocessione del River Plate. Avessi dovuto scegliere, sarei andato senza dubbio su Ricky Maravilla, soprannome quantomai azzeccato per quanto si vedeva in campo, seppur derivato da un pittoresco musicista argentino noto negli anni ’80 e ’90.

Ciò che faceva presagire per lui una grandissima carriera era lo splendido controllo di palla, quella giocata continua di suola che lo portava spesso davanti alla porta o a mettersi nelle condizioni migliori per servire i propri partner d’attacco, che in quel 2011 erano il Tanque Silva e il Frasquito Maxi Morález.

Poi un trequartista slanciato, dal Sudamerica, di nome Ricardo, a Milano. Troppo facile l’assioma, anzi, esageratamente banale. Anche perché c’era una falla che riguardando le immagini si poteva ben scorgere: oltre a un bottino reti mai troppo entusiasmante, il cambio di passo non era certo quello di Kaká, sì sufficiente per incantare in patria, ma non all’altezza di grandissimi palcoscenici europei.

Poi la sua avventura italiana è  stata quello che è stata: fatta di lampi, alcuni anche molto buoni, ma all’insegna della discontinuità. Un impatto pigro, fiacco, poco incisivo, che non rendeva giustizia alle grandi impressioni lasciate col Vélez. Insomma, se per Rubén Botta c’era la scusante dell’infortunio, con Ricky Álvarez l’Inter si è fatta affascinare dal talento di un ragazzo con i piedi da grande giocatore, ma con un temperamento poco adatto a un calcio così differente.

E a quasi dieci anni di distanza troviamo la copia sbiadita di quel calciatore: ancora con la maglia del Vélez, per un ritorno he sa di ultima spiaggia. Non certo trionfale come quello di Tévez al Boca o di Milito al Racing, ma nel pieno del silenzio dopo un’esperienza in Messico all’Atlas che di certo non ha fatto rumore. Inter, Sampdoria, Southampton: le sue tappe europee non l’hanno mai visto protagonista, se non per qualche giocata di grande classe, quelle che nel 2011 illudevano il calcio di aver scovato un enorme talento, una delle tante illusioni della Copa Libertadores più fallace di sempre.



Source link

About The Author

Related posts