Gli anni ’10 delle nazionali: il 2017, l’anno nero dell’Italia

Gli anni ’10 delle nazionali: il 2017, l’anno nero dell’Italia


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29 Dicembre 2019 Alle 17:38

Il Mondiale e l’Italia sembravano un qualcosa di unico e di indissolubile che non poteva scindersi. Una storia lunghissima, partita nel lontano 1934 con la vittoria finale a Roma. Due sole assenze, una forzata causa eccessivi costi di spedizione nella prima competizione mondiale in Uruguay e una dovuta a una clamorosa eliminazione nelle qualificazioni per mano dell’Irlanda del Nord. Da lì in poi gli Azzurri erano sempre stati presenti nelle fasi finali aggiungendo altri due titoli e due secondi posti. I quattro trofei fanno sì che si tratti, assieme alla Germania, della squadra europea più vincente a una sola distanza dal Brasile.
La generazione degli anni ’10 non fu di certo la migliore, soprattutto dopo che quella del decennio precedente aveva visto grandi campioni vestirsi di Azzurro. Dopo il quadriennio con Prandelli e i due anni di Conte, nel 2016 venne chiamato un allenatore di grande esperienza ma sempre lontano dai grandi palcoscenici internazionali: Gian Piero Ventura. Il tecnico genovese aveva a sessantotto anni l’opportunità della vita, ma il girone di qualificazione prevedeva la difficilissima sfida contro la Spagna e solo una delle due potenze avrebbe potuto qualificarsi direttamente per Russia 2018. Israele, Albania, Macedonia e Liechtenstein non furono un problema, ma dopo l’1-1 di Torino per stabilire chi avrebbe vinto il girone sarebbe stata decisiva la sfida del Bernabéu. Il 4-2-4 degli Azzurri venne annientato dal Tiki Taka spagnolo e da un Isco nella sua migliore versione e il 3-0 finale voleva dire Spagna al Mondiale e Italia al playoff.
La sconfitta contro le Furie Rosse destabilizzò l’ambiente e tutti volevano la testa di Ventura. La Federcalcio gli diede una fiducia a tempo fino agli spareggi e poi ognuno per la sua strada. L’ostacolo finale si chiamava Svezia, senza più i fenomeni Ibrahimović e Larsson del passato e con molti giocatori volentorosi ma con poca classe. L’andata venne giocata in terra scandinava e gli Azzurri cercarono di ottenere un pareggio ma un tiro deviato di Johansson a metà secondo tempo spezzò l’equilibrio e ala Friends Arena furono i padroni di casa a festeggiare.

La polemica divampò e in molti volevano l’allontanamento di Ventura tra le due partite, ma l’ex allenatore di Bari e Torino restò al suo posto e si presentò a San Siro con un cervellotico 3-5-2 con Gabbiadini titolare in attacco e Florenzi nell’insolito ruolo di interno. Immobile ebbe varie occasioni a inizio partita ma Olsen fu insuperabile. Pian piano le idee iniziarono ad annebbiarsi e la paura di non qualificarsi aumentava. De Rossi si rifiutò di entrare consigliando caldamente l’ingresso di un attaccante al posto suo ma nè Belotti, nè El Shaarawy e nè Bernardeschi riuscirono a cambiare le sorti di un destino ormai segnato. Quando l’arbitro spagnolo Mateu Lahoz fischiò la fine il silenzio di Milano venne interrotto solo dalla gioia dei giocatori e dei tifosi svedesi che potevano festeggiare l’inattesa, ma ampiamente meritata, qualificazione al Mondiale dodici anni dopo l’ultima volta.
Non appena finì la partita iniziò la caccia al colpevole e Ventura e Tavecchio vennero visti come i principali responsabili del disastro Azzurro. La confusione durò ancora parecchi mesi e nelle amichevoli di marzo il commissario tecnico fu l’allenatore dell’Under 21 Gigi Di Biagio prima che Roberto Mancini non riuscisse a sciogliere il suo contratto con lo Zenit San Pietroburgo diventando così un nuovo e, per ora, amatissimo c.t.. Il tecnico di Jesi sembra aver ridato linfa vitale alla squadra grazie anche alle dieci vittorie in altrettante gare di qualificazione, ma soprattutto ha riportato gli italiani ad amare la Nazionale dopo che questa precipitò nel baratro nel novembre 2017.



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