L’etichetta João Cancelo | Footbola

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L’esempio di Cancelo come racconto dell’etichetta forzata, dell’eccessività e della fretta dei giudizi. Il portoghese non è l’unico caso

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24 Maggio 2020 Alle 18:30

Anni fa mi trovavo in Spagna e in una conversazione notturna con della gente del posto mi sorprese la convinzione con cui un ragazzo mise Mauro Silva e Fernando Redondo nella sua formazione più forte di tutti i tempi. Nulla contro questi due splendidi giocatori, dalle carriere eccellenti e sicuramente dotati di un grandissimo talento, ma che personalmente in un ipotetico dream team dei giocatori che ho visto non avrei portato nemmeno in panchina.

Quella chiacchierata mi è servito per capire quanto l’abitudine di ciò che vediamo influisca sulle nostre scelte, e non c’era poi troppo da sorprendersi se un ragazzo della provincia di La Coruña scegliesse per il centrocampo una grande leggenda del Depor e un centrocampista che ha avuto i suoi tempi migliori al Real Madrid. Del resto io non leverei mai Andrea Pirlo da quella formazione e molte scelte, soprattutto dei primi anni in cui ho cominciato a seguire il calcio, le farei scegliendo i calciatori che sono riuscito a vivere.

Mauro Silva of Brazil

Shaun Botterill/Allsport

Discorsi che poi rimangono fini a se stessi, passatempo di una chiacchierata notturna tra gente di Paesi differenti che ha il calcio come lingua comune. Un paio di anni più tardi mi è capitato però di sentire in una trasmissione televisiva che Cancelo, ancora alla Juventus, fosse “il miglior terzino destro al mondo”. E qui le cose cambiano. Non perché il portoghese non sia un valido interprete di quel ruolo, ma per le modalità in cui vengono appiccicate certe etichette.

E l’effetto mediatico di una dichiarazione del genere è stato decisamente ampio, tanto che per una sorta di fenomeno di agenda setting, questa opinione è stata condivisa e ripresa in più luoghi. E rimane comunque rispettabile, perché in fondo ognuno è libero di vedere il calcio a modo suo, ma anche alla luce dell’inesorabile verdetto del tempo, si capisce che certi contorni vengono dati dal contesto in cui ci si trova.

La permanenza alla Juventus, le mancanze di veri campioni del ruolo nel nostro Paese hanno fatto in modo che si pensasse di un calciatore che era un’eccellenza nel suo contesto che fosse l’espressione massima del ruolo. L’etichetta del migliore al mondo è facilmente vendibile, molto facile da pubblicizzare, per certi versi anche da giustificare. Ma credo che in certi momenti prevalgano anche dei criteri di oggettività.

Di fatto non c’è alcun bisogno di etichettare un calciatore durante il suo miglior momento di forma, diventa solo un peso e una responsabilità. Cancelo, che ha sicuramente grandi doti di spinta, è un validissimo crossatore con una tecnica potenzialmente anche da esterno alto (ruolo che ha anche ricoperto soprattutto a inizio carriera), ma è stato imbottigliato in una realtà che non lo rispecchia. Non è stato il migliore in nessuno degli ultimi contesti: è stato sacrificato nelle partite più importanti con la Juventus in favore di De Sciglio, viene costantemente panchinato da Guardiola in favore di Walker, non ha la preferenza assoluta di Santos in nazionale che lo alterna spesso con Semedo.

(Photo by David Ramos/Getty Images)

Già Semedo, a oggi visto in Italia quasi come una minaccia, un acquisto da evitare. Dovesse avere la giusta collocazione in campo credo che non ci metteremmo molto a sentir parlare di lui come “il migliore terzino destro al mondo”. Per un’innata voglia di elevare alla massima potenza tutto ciò che ci stupisce sotto gli occhi, dimenticandoci però che c’è sempre un calcio attorno. Che “l’etichetta João Cancelo ci sia d’aiuto”



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