Storia del Pallone d’oro: il ’01, Michael Owen

Storia del Pallone d’oro: il ’01, Michael Owen


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12 Aprile 2020 Alle 10:41

Uno dei più grandi rimpianti della storia del calcio, un giocatore tutto tecnica, rapidità e fiuto per il gol che però è stato fermato da troppi infortuni in carriera. È durato pochi anni e dimostrò di essere un campione quando i suoi coetanei non riuscivano ancora a entrare in prima squadra. Il dribbling nello stretto, l’anticipo sul difensore e la freddezza sotto porta sono sempre state le armi vincenti di questo campione dal fisico minuto, ma dalla grande determinazione. È veramente un peccato non aver potuto apprezzare per molto più tempo le magie di Michael Owen.
Nacque a Chester, in prossimità del confine con il Galles, ma fu proprio nella piccola nazione che si fece conoscere arrivando a segnare novantadue gol in una sola stagione quando aveva nove anni polverizzando il precedente record detenuto da Ian Rush. Le qualità erano dunque evidenti a tutti e il Liverpool non se lo fece scappare tanto da fargli firmare immediatamente un contratto all’età di soli dodici anni. Nel finire della Premier League 1996-97 debuttò contro il Wimbledon e dopo soli diciassette minuti dal suo ingresso in campo firmò la sua prima rete tra i professionisti, anche se la gioia fu limitata data la sconfitta dei Reds. Evans decise che la classe di quel ragazzo non ancora diciottenne andava premiata e così l’anno seguente divenne titolare segnando subito ben diciotto gol e guadagnandosi addirittura la convocazione in nazionale per disputare il Mondiale in Francia. Hoddle lo utilizzò inizialmente come prima riserva di Sheringham ma l’attaccante del Manchester United non convinceva e nella seconda sfida contro la Romania bastarono solo dieci a Owen per raccogliere in scivolata una palla vacante e timbrare il momentaneo 1-1. Da allora non uscì più di squadra e il mondo si innamorò di quel ragazzino nella serata di Saint-Étienne contro l’Argentina. I due rigori dei cannonieri Batistuta e Shearer avevano sbloccato la gara portandola sull’1-1, ma qualcosa di fantastico stava per accadere. Da un lancio di Beckham fu Michael a stoppare la palla di tacco sulla trequarti e involarsi verso l’area di rigore superando come birilli i difensori sudamericani incrociando di destro e infilando la palla all’incrocio dei pali. Un gol sensazionale, il più bello dell’intera competizione e molti scomodarono anche Maradona nel 1986 pensando potesse essere la vendetta inglese. Javier Zanetti trovò però il pareggio e ai rigori fu l’Albiceleste a passare.
Gli ottavi di finale rappresentavano sicuramente un risultato deludente per la nazionale dei Tre Leoni ma era nata una stella.

La stagione post Coppa del Mondo lo vide ancora andare a segno per diciotto volte in campionato, ma il Liverpool fu disastroso tanto da chiudere miseramente al settimo posto e fuori dalle Coppe europee. Il 2000 avrebbe dovuto elevare ancora di più il suo status, ma per sua sfortuna fu il primo anno dove iniziarono i guai fisici e a fine stagione segnò solo undici reti, il peggior andamento di sempre dalle parti di Anfield. Provò a rifarsi all’Europeo ma la sintonia con Kevin Keegan non sbocciò mai. Venne sempre sostituito contro Portogallo e Germania e come al Mondiale trovò la rete contro la Romania, ma arrivò ancora una volta una sconfitta con tanto di eliminazione al primo turno.
La voglia di rifarsi dopo un anno così disastroso era tanta e la voglia di vincere del Liverpool fece si che la squadra di Gérard Houllier macinò vittorie su vittorie, anche se mancò probabilmente quella più attesa e sperata: la Premier. In campionato infatti arrivò solo un terzo posto, ma le coppe furono tutte a tinte rosse. Si iniziò con la Coppa di Lega anche se Owen rimase in panchina tutta la partita nella finale contro il Birmingham, ma il suo apporto fu fondamentale negli altri due ultimi atti. Il 12 maggio a Cardiff venne giocata contro l’Arsenal l’ultima partita dell’anno in Fa Cup, ma quando a venti minuti dalla fine Ljungberg segnò l’1-0 il trofeo sembrò prendere la via di Londra. I Gunners però non avevano fatto i conti con il numero dieci dei Reds. Michael con una mezza rovesciata deviò in rete la palla dopo un parapiglia in area, ma il raddoppio fu da incorniciare. Berger lanciò lungo per il suo attaccante che bruciò in velocità Dixon e anticipò Adams con un sinistro all’angolino imparabile per Seaman. Con una fantastica doppietta la finale era stata ribaltata e la copertina se l’era presa tutta il ragazzo di Chester. Quattro giorni dopo il Liverpool sconfisse anche l’Alavés nella finale di Coppa Uefa con un pirotecnico 5-4 dove Owen vestì gli insoliti panni dell’uomo assist ma si fece comunque apprezzare con una prestazione maiuscola. In quella competizione aveva incantato nei quarti di finale quando con una straordinaria doppietta stese la Roma futura campione d’Italia all’Olimpico. I successi però fecero sì che i ragazzi di Houllier disputassero anche le due Supercoppe e il risultato fu sempre gioioso. Michael segnò sia contro il Manchester United che contro il Bayern Monaco e il Liverpool  concluse così una fantastica stagione con la vittoria di ben cinque titoli. Una stagione da sogno sia per la squadra che per Owen che a ventidue anni aveva già fatto vedere quanto poteva essere determinante. France Football decise quindi di premiarlo a fine anno con il Pallone d’oro grazie a centosettantasei voti contro i centoquaranta di Raúl e i centoquattordici di Kahn e a risultare decisiva fu la sfida di qualificazione al Mondiale contro la Germania. A Monaco di Baviera i Tre Leoni giocarono una delle loro migliori partite di sempre dominando e vincendo per 1-5 in terra degli odiatissimi rivali e il numero dieci andò a segno con una fantastica tripletta.

Il successo personale arrivò quando i Reds iniziarono ad allontanarsi sempre di più dalle zone di vertice con il Wonder Boy che sembrava essere un lusso per quella rosa. Arrivò a segnare diciannove reti alla fine della Premier 2001-02, record che verrà eguagliato nella stagione seguente, e prese parte al Mondiale come una delle stelle. Non si fece molto vedere nelle gare del girone ma iniziò a segnare dalle sfide a eliminazione diretta. Si sbloccò agli ottavi contro la Danimarca e nei quarti contro il Brasile portò in vantaggio la squadra di Eriksson sfruttando un errato rinvio di Lúcio. Le sudamericane però risultarono ancora una volta indigeste all’Inghilterra e dopo l’Argentina anche i Verdeoro causarono la loro eliminazione. Tornato dall’Asia sembrò mancare qualcosa a Michael, non sembrava più essere quell’attaccante spietato di un tempo e i guai fisici continuarono a tormentarlo. A Euro 2004 andò a segno nello sfortunato quarto di finale contro il Portogallo e alla fine del torneo prese la clamorosa decisione di lasciare Liverpool per andare al Real Madrid.

In Spagna era osannato dai tifosi che ne invocavano a gran voce la presenza, ma García Remón prima e per Luxemburgo non era altro che una riserva di lusso. Segnò tanto al Bernabéu in proporzione ai minuti giocati, ma il ruolo di riserva non gli si addiceva e per non perdere il suo terzo Mondiale decise di scendere di livello accettando la proposta del Newcastle. In bianconero però visse un anno tormentatissimo riuscendo a giocare solo dodici partite ma Eriksson decise comunque di convocarlo, ma contro la Svezia ecco la fine. Nel tentativo di seguire l’azione girò in maniera innaturale il ginocchio che si ruppe e ne segnò definitivamente la fine della carriera a soli ventisette anni. Rimase fino al 2009 con i Magpies fino alla retrocessione in Championship di quest’ultima e in estate accettò la clamorosa offerta del Manchester United, gli acerrimi rivali del Liverpool. Sir Alex Ferguson era un suo grande estimatore e lo riteneva l’uomo giusto per dare il cambio a Rooney e Berbatov. Entrò nella storia dei Red Deviles quando all’ultimo secondo decise un pazzesco derby contro il City con una zampata di esterno destro come ai bei tempi. Nella stagione seguente vinse la sua prima e unica Premier League in carriera, ma le gambe ormai non rispondevano più e nel terzo anno a Old Trafford scese in campo solo tre volte. Si diede un’ultima occasione con lo Stoke City dove di testa segnò l’ultimo gol della sua carriera contro lo Swansea, ma da ormai troppo tempo era diventato l’ombra di sé stesso e a fine anno si ritirò.
Velocità di esecuzione, senso del gol, anticipo sul difensore e scatto bruciante sono le caratteristiche che lo resero grande e con quella faccia da bravo ragazzo si fece amare da tutti gli appassionati. È sempre triste dover assistere a gravi infortuni, ma per lui sono state versate lacrime, perché abbiamo pianto per la fine di Michael Owen.



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