Storia del Pallone d’oro: il ’57 e il ’59, Alfredo Di Stéfano

Storia del Pallone d’oro: il ’57 e il ’59, Alfredo Di Stéfano


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27 Marzo 2020 Alle 10:42

Il primo giocatore a tutto campo della storia, per qualcuno che l’ha visto giocare è considerato il migliore della storia. Un giramondo in un’epoca dove era più facile rimanere ancorati alla propria terra, ma Don Alfredo Di Stéfano è stato a tutto gli effetti un eroe dei due mondi. Dotato di un’eccezionale abilità nel dribbling faceva del senso del gol l’arma più apprezzata dal pubblico e della visione di gioco e duttilità in campo quella più amata dagli allenatori. Un uomo che anticipò di vent’anni il calcio totale olandese, magari non con i ritmi forsennati degli Oranje, ma condendolo con meno anarchia e più intelligenza tattica.

Di Stéfano nacque a Barracas nel quartiere sud orientale di Buenos Aires da madre francese e padre italiano di Capri nel 1926 e fin da subito dimostrò una grande passione per il calcio, incentivata anche dal padre ex difensore del River. La vita in Sudamerica negli anni ’30 non era delle più semplici, ma la vicinanza del padre all’ambiente dei Millonarios gli permise di avere un provino all’età di quindici e mai raccomandazione fu tanto benedetta. I biancorossi in quegli anni erano la squadra più forte dell’intero continente e venivano chiamati “La Máquina” e per il giovane Alfredo era un sogno iniziare a giocare con certi campioni. Si capì già dai primi anni che non era un ragazzino come tutti gli altri e Adolfo Pedernera, uno dei più grandi giocatori di sempre della prima metà del Novecento, lo definì il suo degno erede. Nel 1945 giocò solo la partita di debutto contro l’Huracán, ma tanto bastò per aggiudicarsi il suo primo campionato argentino. Trovare spazio in quella formazione di fenomeni era ben difficile e il giovane Di Stéfano aveva voglia di giocare e così fu proprio l’Huracán a chiederlo e a ottenerlo in prestito per la stagione successiva. Fu una scelta importante per la sua carriera perché i “Los Quemeros” erano allenati da Guillermo Stábile, il primo capocannoniere della storia di un Mondiale e c.t. dell’Argentina. Giocando titolare si fece notare per la sua grande abilità palla al piede e si tolse lo sfizio di segnare un gol anche alla sua ex squadra. La squadra del barrio Parque Patricios avrebbe voluto riscattarlo, ma i soldi non bastavano e il River aveva intenzione di non farlo più partire. Dopo un inizio di stagione da esterno il tecnico Peucelle decise finalmente di accentrarlo mettendolo come centravanti e quella fu la principale chiave tattica per la vittoria del titolo 1947. Segnò ventisette reti a fine anno diventando il capocannoniere finale e il giornalista Roberto Neuberger fu il primo a ribattezzarlo “Saeta Rubia“. Nel 1947 venne anche convocato per la Copa América che venne disputata in Ecuador e, dopo aver saltato la prima partita contro il Paraguay, scese in campo in tutte le restanti sei partite segnando altrettante reti. Fu memorabile la sua tripletta nel 6-0 alla Colombia, ma risultarono di vitale importanza i gol nel 3-2 al Perù e nell’1-1 al Cile che permisero all’Argentina di arrivare prima e laurearsi Campione del Sudamerica.

L’idillio però tra Di Stéfano e la squadra del suo cuore fu di breve durata ma non per volere delle parti. In Argentina impazzava la protesta dei calciatori che volevano a tutti gli effetti diventare professionisti e ci fu un durissimo braccio di ferro tra squadre e Federazione che non portò a un nulla di fatto se non quello di allontanare i migliori giocatori verso altre nazioni. La maggior parte di questi decise di trovare nella Colombia la terra giusta per esprimere il proprio calcio e la stessa Saeta Rubia si accasò con i Millionarios di Bogotà, nonostante un tentativo del Torino di acquistarlo per sopperire alla tragica morte di Valentino Mazzola. La decisione però portò a conseguenze importanti e la principale fu il definitivo allontanamento dall’Albiceleste. Rimasero quindi solo quei sei incontri di Copa América le gare disputate da Don Alfredo con la maglia della propria nazionale. Chi gioì prevalentemente di questa sua scelta fu il conto in banca del campione di Buenos Aires che crebbe vertiginosamente e con i biancoblu visse un meraviglioso periodo di quattro anni, dove riuscì a vincere tre campionati diventando due volte capocannoniere, nel 1951 stabilendo il proprio record personale di trentadue reti.

L’Europa però si era già accorta da tempo della sua immensa classe e nel 1953 approdò nel Vecchio Continente. La trattativa fu una delle più bizzarre e incredibili della storia del calcio che coinvolse gli eterni rivali Real Madrid e Barcellona. I Blancos trattarono con i colombiani, mentre i Blaugrana parlarono con il River dato che un vero e proprio trasferimento al Millionarios non c’era stato. Inoltre in quell’anno la Federcalcio colombiana si affiliò alla Fifa che rese illegittimi tutti i passaggi dei giocatori dall’Argentina a fine anni ’40 e così il più forte giocatore al mondo si ritrovò senza squadra. La Fifa diede quindi ragione ai catalani per l’acquisto del campione ma la Federcalcio spagnola fermò tutto e decise per una delle soluzione più strane mai adottate. Di Stéfano avrebbe giocato per le prime due stagioni con il Real Madrid e per le seguenti due con il Barcellona, ma dopo un iniziale accordo i blaugrana si tirarono indietro lasciandolo tutto ai rivali della Capitale. Non potevano certo immaginare cosa avrebbe scaturito quella decisione.

Per ironia della sorte l’argentino debuttò in Liga nel clásico e davanti al proprio nuovo pubblico aprì e concluse le danze con due reti nel leggendario 5-0 finale. Un inizio migliore nessuno poteva immaginarlo e non si era ancora visto niente. Con i suoi ventisette gol finali si laureò capocannoniere nel terzo campionato diverso e riportò alla Casa Blanca un titolo di campione di Spagna che mancava da ventun’anni. Di Stéfano si era preso in mano la squadra e iniziò a consigliare anche acquisti come quello di Rial e nel 1955 la storia si ripetè con un altro titolo. In soli due anni con la Saeta Rubia i blancos vinsero tanto quanto nei precedenti cinquantadue della propria storia, un dato che permette di capire ancora di più come questo fenomeno di Buenos Aires stravolse per sempre il calcio mondiale. La stagione 1955-56 sarebbe stata anche la prima volta della Coppa dei Campioni e furono dunque i madridisti a rappresentare la Spagna. Alfredo segnò contro tutti gli avversari del Real, Servette, Partizan Belgrado e Milan, prima di arrivare a Parigi per la finale con i francesi del Reims. Il pubblico di casa incitò i propri beniamini che dopo soli dieci minuti si portarono sul 2-0. A suonare la carica per una squadra spagnola in evidente stato confusionario ci pensò proprio Di Stéfano e fu l’inizio di una grande rimonta che portò le Merengues in vetta all’Europa con il punteggio di 4-3. Il mondo lo riconosceva indiscutibilmente come il migliore di tutti e avendo ottenuto la nazionalità spagnola poteva concorrere per il Pallone d’oro, ma nella sua prima edizione si decise di dare un premio alla carriera a Stanley Matthews e Don Alfredo si dovette accontentare del secondo posto.

Il 1957 però fu probabilmente il migliore della sua carriera dove distrusse ogni possibile record e trovò una straordinaria intesa con Raymond Kopa, francese acquistato proprio dal Reims nell’estate ’56. Vinse il titolo di Pichichi della Liga arrivando a segnare l’impressionante numero di trentun reti, il Real trionfò in campionato con cinque punti di vantaggio su Siviglia e Barcellona e ritornò ancora in finale di Coppa Campioni contro la Fiorentina. I toscani furono intimoriti davanti ai centomila del Bernabéu e Di Stéfano disputó una finale favolosa risultando immarcabile e segnando su rigore la rete del vantaggio che avrebbe portato al 2-0 finale. Per l’assegnazione del premio di miglior giocatore d’Europa non ci furono dubbi e l’argentino naturalizzato spagnolo vinse con settantadue punti contro i soli diciannove del secondo Wright e i sedici dei terzi Edwards e Kopa.
La voglia di titoli e trofei però non permetteva alla Saeta Rubia di rilassarsi e così nel 1958 rivinse ancora Liga, titolo di capocannoniere e coronò la terza Coppa dei Campioni non solo con un altro gol in finale contro il Milan ma segnando anche dieci reti in tutto il torneo e diventando il re dei bomber anche in Europa. Quello era però l’anno del Mondiale e la Spagna non era riuscita a qualificarsi per il torneo in Svezia e a prendersi la scena in Scandinavia fu il la Francia del compagno di squadra Kopa che vinse il Pallone d’oro. I successi in Coppa non davano segni di interrompersi e nel 1959 il Real ottenne il suo quarto successo nella riedizione della finale del 1956 contro il Reims. Questa volta la pratica fu molto più comoda ma la firma di Alfredo non poteva di certo mancare. Mateos segnò l’1-0 e tolse un rigore dai piedi del proprio numero dieci, e lo fallì, ma Di Stéfano trovò comunque il modo di segnare con un precisissimo destro all’angolino imparabile per Colonna. A trentare anni era ancora il migliore di tutti e fu il primo giocatore della storia a vincere il Pallone d’oro per due volte quando con ottanta voti staccò l’amico rivale Kopa fermo a quota quarantadue e il gallese John Charles a ventiquattro.

Ci fu ancora un anno d’oro per completare il lustro più straordinario della storia del calcio. Nel 1960 c’era anche Ferenc Puskás a duettare con Don Alfredo e nella loro quinta finale di Coppa dei Campioni fecero vedero giocate sopraffine e la vera sfida fu tra l’argentino e l’ungherese. Il malcapitato Eintracht Francoforte provò a passare in vantaggio ma scatenò l’ira dei due inarrivabili rivali in maglia bianca che iniziarono una partita nella partita a suon di reti. Alla fine la vinse il “Maggiore a cavallo” per quattro gol a tre, ma quello che contò di più fu il pazzesco 7-3 finale rifilato ai tedeschi davanti al pubblico più numeroso di sempre per una finale di Coppa dei Campioni. Furono infatti quasi centotrentamila gli spettatori che riempirono l’Hampden Park di Glasgow e che di fatto diedero l’addio a una squadra inarrivabile, nonostante venne messa la ciliegina sulla torta con la vittoria della Coppa Intercontinentale contro il Peñarol. L’età avanzava per tutti e per poter vincere le ultime due competizioni internazionali era stato necessario abbandonare il campionato. Nel 1960-61 furono propri i rivali storici del Barcellona a eliminare per primi il Real dalla Coppa, ma se l’Europa iniziava a evolversi e a capire come fermare le Merengues, in Spagna ripartì un dominio incontrastato con la vittoria di altri quattro campionati consecutivi.

Gli acciacchi dovuti all’età però iniziarono a farsi sentire e il contributo di Di Stéfano non fu più quello di una volta e soprattutto un brutto infortunio gli costò l’unica occasione di poter giocare un Mondiale nel 1962. In quell’anno giocò non al meglio delle condizioni la finale con il Benfica e quando per la prima volta non segnò in un ultimo atto i Blancos persero per 5-3. Due anni dopo giocò un’altra finale sfortunata al Prater di Vienna dove Helenio Herrera mise il rude e obbediente Tagnin in marcatura strettissima sull’argentino che faticò a liberarsi e l’Inter vinse per 3-1. Fu la sua apparizione di sempre con il Real e a trentotto anni decise di concludere la carriera all’Espanyol dove per due stagioni regalò grandi momenti alla seconda squadra di Barcellona prima di ritirarsi nel 1966.
Tanti furono i soprannomi per indicare questo fenomeno, tanti furono gli aggettivi che vennero usati per definirlo ma nulla poteva essere completamente adatto a lui, perché i campioni sono unici come unico fu Alfredo Di Stéfano.



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