Storia del Pallone d’oro: il ’61, Omar Sívori

Storia del Pallone d’oro: il ’61, Omar Sívori


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26 Aprile 2020 Alle 10:46

La prima grande rappresentazione del campione tutto genio e sregolatezza, il dribbling unica suo vero obbiettivo e il tunnel il mezzo beffardo con il quale si divertiva a umiliare i compagni. Amatissimo dai tifosi per quel suo modo di fare ai limiti della strafottenza e dell’irriverenza ha però dovuto spesso fare i conti con allenatori non sempre entusiasti del suo modo di fare. Ma Omar Sívori era così, prendere o lasciare, un campione che è stato in grado di regalare al mondo del calcio perle di inestabile valori e giocate uniche del suo genere, per poi magari rovinare tutto poco dopo facendosi espellere.
Nacque a San Nicolás de los Arroyos, vicino a Buenos Aires, da immigrati abruzzesi e fin dalla giovane età fece vedere il suo grande talento calcistico. Venne portato subito dal River Plate all’interno del settore giovanile venendo considerato come uno degli “Angeli dalla faccia sporca“. Il soprannome venne dato, oltre che a Omar, anche ad Angelillo e a Maschio perché i tre avevano un modo divino di giocare ma un carattere di difficile gestione. Questi si ritrovavano assieme solo in nazionale, mentre nella sfida della Primera División era quasi sempre El Cabezón a uscirne vincitore. La leggendaria squadra degli anni ’40 soprannominata “La Máquina” non c’era più ma con Sívori a guidare la nuova generazione i Millionarios riuscirono a dimenticare anche un mostro sacro come Alfredo Di Stéfano. Divenne titolare già a vent’anni e per due stagioni riuscì ad andare in doppia cifra diventando determinante per due campionati consecutivi vinti dal River. Nel 1957 disputò il Campeonato Sudamericano, il predecessore della Copa América, e l’Argentina diede spettacolo. Fu un dominio Albiceleste e le goleade non mancarono, come l’8-2 alla Colombia o il 6-2 al Cile. A rimanere però nel cuore dei tifosi argentini furono i trionfi sui rivali di sempre e, dopo aver rifilato un 4-0 all’Uruguay, il 3 aprile venne asflaltato il Brasile per 3-0 decretando così la vittoria del titolo. Omar si limitò al ruolo di uomo assist, ma riuscì comunque a realizzare tre reti e in quell’estate gli “Angeli dalla faccia sporca” presero tutti il volo per l’Italia.

Ancora una volta il loro destino fu diviso, con Angellilo che dal Boca Juniors passò all’Inter, con Maschio che dal Racing andò al Bologna e con Sívori che lasciò il River per la Juventus. La decisione non venne presa nel migliore dei modi all’interno della nazione venendo accusati di alto tradimento da parte di tifosi e Federcalcio. La nazionale gli venne preclusa e quella vittoria in Copa América fu l’ultimo momento con l’Albiceleste. I bianconeri quell’anno erano vogliosi di tornare alla vittoria di uno Scudetto che mancava ormai da sei anni. Oltre all’argentino venne acquistato anche il gallese John Charles, diverso in tutto e per tutto dal Cabezón. L’ex Leeds era un gigante buono, dedito al lavoro di squadra ed era impossibile farlo arrabbiare, impossibile per tutti ma non per Omar. Coadiuvati dall’esperienza di Giampiero Boniperti i tre formarono uno degli attacchi più straordinari della storia della Serie A. A fine anno fu un trionfo senza eguali con la squadra allenata da Broćić che realizzò ben settantasette reti, dodici in più del Napoli secondo miglior attacco, e il britannico e il sudamericano segnarono ben cinquanta delle reti totali. Sívori realizzò ventidue gol e a fine anno la Juventus divenne la prima compagine italiana a poter aggiungere la stella sulla propria maglia. La seconda annata fu al di sotto delle aspettative con il Milan che riuscì a scucire il Tricolore dalle maglie della Vecchia Signora, ma soprattutto in Coppa dei Campioni arrivò un’umiliante eliminazione subita dal Wiener dopo una sconfitta per 7-0. A salvare parzialmente quella stagione ci fu la vittoria in Coppa Italia arrivata nella finale di San Siro contro l’Inter. Con i bianconeri avanti per 1-2 fu l’argentino a chiudere la sfida dopo aver saltato con un dribbling secco Masiero e aver incrociato di sinistro rendendo impossibile l’intervento per Da Pozzo. La sfida però non venne ricordata tanto per la vittoria, ma piuttosto perché dopo questa rete Sívori iniziò a deridere gli avversari con giocate volutamente denigratorie poche gradite dagli interisti. Questo fece sì che la partita divenne sempre più cattiva e per evitare inutili infortuni fu proprio Charles a prendere il proprio compagno e a schiaffeggiarlo davanti a tutti.

Quella sberla sembrò però dare una carica nuova a Omar che nel 1960 visse la sua annata migliore. Con ventotto reti a fine anno, record personale in carriera, si laureò capocannoniere portando la Juve a vincere un campionato dominato. Furono ben otto i punti di distacco dalla Fiorentina seconda e in molti invocavano la sua naturalizzazione sfruttando le origini italiane. Inoltre in Europa pochi riuscivano a reggere il confronto, ma nella classifica del Pallone d’oro potevano partecipare solo giocatori europei. L’arrivo all’Inter del tecnico Helenio Herrera fece sì che la squadra meneghina divenne la principale rivale dei campioni d’Italia, ma prima di diventare Grande ci volle del tempo. Sívori fu ancora l’uomo in più della Vecchia Signora che si confermò Campione d’Italia non senza polemiche. Nel girone di ritorno si sarebbe dovuto giocare a Torino lo scontro diretto, ma al Comunale si presentò una folla tale che l’arbitro ritenne impossibile iniziare la sfida. La Figc prese la decisione di condannare il club di casa e quindi dare la vittoria per 0-2 a tavolino alla Beneamata. In Italia impazzò la polemica tanto da essere chiamato in causa persino il Governo e alla fine si decise per la ripetizione della partita a fine stagione. Uno schiaffo in faccia al Mago che si rifiutò di accettare la decisione e che mise in campo la Primavera. Non ci furono mai dubbi su chi avrebbe vinto la gara con la Juventus che dilagò arrivando a vincere per 9-1 con El Cabezón che non provò nessuna pietà verso i giovani rivali. A marcare l’argentino ci sarebbe stato il toscano Morosi che non dormì per tutta la settimana al solo pensiero. Sandro Mazzola raccontò che il compagno lo chiamò durante i primi minuti tutto orgoglioso perché stava riuscendo a fermare il miglior giocatore del campionato, ma era solo l’inizio. Sívori segnò la bellezza di sei reti eguagliando il record in Serie A stabilito da Silvio Piola. Non ebbe pietà nemmeno per il portiere Annibale quando al novantesimo ci fu un rigore per i bianconeri. Omar sembrava intenzionato a far fare bella figura al debuttante rivale e gli disse che avrebbe tirato alla sua destra. Il numero uno lo ascoltò e l’Angelo dalla faccia sporca lo spiazzò andando in rete. Con venticinque reti fu il trascinatore del dodicesimo Scudetto juventino e ad aprile venne italianizzato giocando per gli Azzurri. Per qualificarsi al Mondiale in Cile bisognava battere Israele e dopo aver vinto per 2-4 a Tel Aviv ci fu lo show del Cabezón proprio nella sua Torino. Il 6-0 finale fece scattare la festa e l’oriundo realizzò una quaterna. Il 1961 fu il suo anno magico e la nazionalizzazione gli permise di candidarsi e vincere il Pallone d’oro di quell’anno. I quarantasei voti bastarono per superare i quaranta del trionfatore uscente Luis Suárez e i ventidue di Johnny Haynes.

Gli anni ’60 però stavano per dare lustro e gloria alle milanesi, e all’Inter di Herrera su tutte, e per la Juventus iniziarono anni molto difficili. La classifica non sorrideva più e nel 1962 rischiò addirittura la retrocessione dato che si concentrò solo sulla Coppa dei Campioni. Furono storiche le tre partite dei quarti di finale contro il Real Madrid e la Juventus pareggiò la doppia sfida grazie alla vittoria per 0-1 ottenuta al Santiago Bernabéu grazie a un sinistro sporco proprio di Omar Sívori, ma allo spareggio passarono i Blancos. Fu il suo ultimo grande sprazzo di luce in bianconero, anche se le sedici reti dell’anno seguente portarono la Vecchia Signora al secondo posto dietro l’Inter, ma si capiva che ormai non era più lui. In quell’estate giocò anche il suo primo e ultimo Mondiale, ma contro Germania Ovest e Svizzera non riuscì a lasciare il segno e da allora non venne più chiamato con l’Italia. L’arrivo di Heriberto Herrera a Torino fu la sua rovina e le durissime regole del tecnico paraguaiano lo relegarono in panchina e nel 1965 accettò il trasferimento al Napoli. Con Altafini formò una fantastica coppia di oriundi che permisero ai partenopei di chiudere al terzo posto e il ragazzo della periferia di Buenos Aires sembrò vivere una seconda giovinezza, ma il tutto durò un solo anno. I problemi fisici iniziarono a tormentarlo e l’infermeria divenne il luogo maggiormente frequentato. Un infortunio al ginocchio destro le tenne fuori per quasi tutta la stagione 1967-68 e nel dicembre del ’68 litigò molto animatamente con l’arbitro Pieroni durante una gara contro la Juventus e ricevette sei giornate di squalifica. Quella sospensione fu per lui la goccia che fece traboccare il vaso e decise così di ritirarsi.
Un campione di tecnica ed elegenza come poche volte si è potuto assistere nel calcio, marcatore implacabile e giocoliere raffinato. Forse con un’altra testa avremmo parlato ancora di più delle sue innate doti, ma con un’altra testa non ci saremmo innamorati di Omar Sívori.



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