Storia del Pallone d’oro: il ’65, Eusébio

Storia del Pallone d’oro: il ’65, Eusébio


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28 Marzo 2020 Alle 11:14

Il primo grande calciatore portoghese e il primo fenomeno vero del calcio africano. Dai campetti del suo povero Mozambico fino ai più grandi stadi d’Europa con l’innata capacità di segnare e di bruciare sistematicamente nello scatto breve i difensori che invano provavano a marcarlo. Eusébio era una vera e propria forza della natura, dotato di un fisico straordinario, nonostante fosse alto solo un metro e settantacinque, comunque una buona altezza per l’epoca. Il destro in corsa era il suo marchio di fabbrica e la rapidità con il quale eseguiva le sue conclusioni risultava quasi sempre fatale per i portieri che finivano per partire con quella frazione di ritardo che risultava determinante. Il gol la sua ossessione e la galanteria il suo stile, infatti era solito complimentarsi con portieri e difensori quando lo fermavano. La gentilezza nel calcio spesso non paga, ma tutto riesce più semplice quando si hanno le innate qualità della Pantera Nera.

Nacque a Maputo nella Capitale della colonia del Portogallo e dopo gli inizi con la squadra amatoriale degli Os Brasileiros venne portato giovanissimo a giocare con lo Sporting Lourenço de Marques. Qui venne allenato da Ugo Amoretti, ex portiere della Juventus negli anni ’30 che si accorse delle sue innate capacità e cercò in tutti i modi di mandarlo in Serie A, ma la madre Elisa, rimasta vedova quando il piccolo Eusébio aveva solo otto anni, non voleva proprio farlo partire prima della maggiore età. Fino al 1960 rimase dunque a Maputo dove per quattro stagioni giocò con i grandi ma fu l’ultimo campionato quello decisivo per l’approdo in Europa. In tutti i quattro tornei disputati segnò sempre più gol rispetto alle partite giocate ma nel ’60 arrivò a toccare quota trentasei reti in sole venti partite e lo Sportng vinse il campionato per la prima volta nella sua storia.

La squadra africana era affiliata allo Sporting Lisbona, ma i biancoverdi vorrebbero portarlo in Portogallo solo per giocare nelle giovanili, mentre in Benfica aveva ben altre intenzioni e dopo una lunga trattativa riuscì a strapparlo alla concorrenza. Il tesseramento nella stagione 1960-61 fu comunque complicato ed Eusébio riuscì a debuttare solo il giorno dopo la finale di Coppa dei Campioni vinta proprio dalle Aquile sul Barcellona in una gara di Coppa di Portogallo contro il Vitória Setúbal. Con una squadra piena di riserve i biancorossi persero per 4-1 ma il ragazzo del Mozambico fu l’unico a segnare e la storia si ripetè una settimana dopo quando debuttò in campionato andando in gol contro il Belenenses. Quell’unica apparizione gli permise di vincere il primo di tantissimi campionati lusitani. Il tecnico ungherese Béla Guttmann si stava innamorando di questo giovane campione, ma sapeva che l’età e il drastico cambio di ambiente erano fattori da non sottovalutare e così nel 1961-62 il suo ingresso in prima squadra fu graduale ma via via sempre più devastante. La squadra si concentrò solo ed esclusivamente sulle Coppe e il deludente terzo posto in campionato venne ben presto dimenticato. In Coppa di Portogallo ci si prese una bella rivincita sul Vitória Setúbal vincendo in finale per 3-0 ed Eusébio segnò una doppietta, ma fu in Coppa dei Campioni dove la Pantera Nera divenne incontenibile. Nei turni iniziali furono l’Austria Vienna e il Norimberga a dover far la conoscenza con questo ragazzino arrivato dal Mozambico che divenne leggenda nella finale di Amsterdam contro il mitico Real Madrid. Era la sfida che tutta Europa sognava perché i Blancos erano riusciti a dominare in Coppa per cinque edizioni consecutive e nel 1961 furono proprio le Aquile a vincere quel trofeo che fino ad allora era esclusivo di Madrid. La finale fu fantastica e ricca di emozioni con un Puskás in stato di grazia e che segnò una tripletta, ma i portoghesi erano duri a morire e con Coluna a inizio ripresa agguantarono il 3-3. La leggenda Di Stéfano aveva trentasei anni e nel secondo tempo faticò a far vedere la sua classe, mentre i venti di Eusébio erano potenza pura. Il numero otto prese palla dalla trequarti superando di slancio l’argentino e in una volta entrato in area venne steso da Pachin che portò così a un calcio di rigore. E a prendersi la responsabilità di quel rigore tanto importante fu proprio la Perla Nera. Il suo destro forte e angolato spiazzò Araquistáin per il primo vantaggio portoghese, ma serviva il gol della sicurezza che arrivò poco dopo. Da una punizione a due al limite dell’area fu Coluna a toccare per il ragazzo di Maputo che calciò un destro rasoterra fortissimo che passò in mezzo a mille gambe e finì in rete per il definitivo 5-3. Fu il trionfo del Benfica che si laureò per il secondo anno consecutivo come squadra più forte d’Europa e nella storia resterà per sempre la consegna della maglia di Di Stéfano a Eusébio, come a testimoniare il passaggio di consegne. Durante i festeggiamenti il ventenne sembrò essere quasi più attento al prezioso dono che non alla Coppa e forse non ci sarebbe neppure da biasimarlo. Sfiorò subito il Pallone d’oro, ma alla fine trionfò Masopust trascinatore della Cecoslovacchia al secondo posto al Mondiale.

Il Benfica sembrava essere pronto per aprire un altro lustro di vittorie come accadde al grande Real Madrid, ma l’addio burrascoso di Béla Guttmann dalla panchina delle Aquile segnò non poco la squadra nei momenti decisivi. Eusébio intanto si era preso il posto da titolare e aveva abbandonato la maglia numero otto per passare alla ben più prestigiosa dieci e iniziò un periodo favoloso di sei anni dove non andò mai sotto i trentasette gol stagionali. Dal 1963 al 1965 arrivarono tre titoli portoghesi e la Pantera Nera segnò rispettivamente venitre, ventotto e ancora ventotto reti e in Coppa dei Campioni tutto sembrava proseguire come da programma. Dopo i due successi arrivò la terza finale consecutiva che venne disputata a Wembley contro il Milan. I rossoneri di Rocco non sembravano avere grosse possibilità e quando Trapattoni venne bruciato da una fantastica accelerazione del mozambicano che concluse battendo un attonito Ghezzi il tris sembrava fatto. Altafini però non era d’accordo e servito da un magistrale Rivera segnò una doppietta che stese i lusitani. Fu la prima di una triste serie di finali continentali perse dalla Aquile dopo la “maledizione di Guttmann” che se andò gridando che non avrebbero più vinto in Europa per cento anni.

Nel 1965 Eusébio era all’apice della sua forma e si prese una bella rivincita su Masopust nelle qualificazioni per il Mondiale del 1966 dove il Portogallo si qualificò per la prima volta arrivando davanti alla Cecoslovacchia grazie ai due punti conquistati a Bratislava e arrivati grazie alla rete del numero dieci per lo 0-1 vincente. In Coppa dei Campioni il Benfica ribadì la sua superiorità sul Real Madrid e la Pantera Nera segnò una doppietta nella magica notte del Da Luz conclusa con il devastante 5-1 per le Aquile. A nulla servì la vittoria dei Merengues per 2-1 al Bernabéu, se non per consentire al più forte giocatore d’Europa di segnare anche in Spagna. La squadra andò ancora in finale ma le milanesi continuarono a essere indigeste e l’ultimo atto del 1965 si sarebbe giocato a San Siro contro i campioni in carica dell’Inter. Un terribile nubifragio si abbattè sulla Lombardia ma l’arbitro svizzero Dienst fece giocare e il terreno scivoloso aiutò Jair a segnare il decisivo 1-0 finale per i nerazzurri. La sconfitta però non influenzò la giuria di France Football e a fine anno venne riconosciuto a Eusébio il premio di miglior giocatore del continente con sessantasette voti davanti agli interisti Facchetti con cinquantanove e Suárez con quarantacinque.

Il 1966 fu un anno particolare perché, nonostante il Benfica concluse incredibilmente la stagione senza titoli, era quello che avrebbe portato al Mondiale in Inghilterra. Il Portogallo era alla sua prima grande competizione internazionale ma era anche una squadra ricca di campioni e con il Pallone d’oro in carica, per questo era temuta da tutti. Finì in un girone infernale con l’Ungheria di Albert e soprattutto il Brasile bicampione del mondo di Pelé e Garrincha. Il 3-1 contro i magiari nella prima partita di Manchester diede un bello slancio ai lusitani e nella seconda sfida contro la Bulgaria arrivò il primo gol del numero tredici nel 3-0 finale. C’era però da affrontare ancora il Brasile e la qualificazione non era ancora stata ottenuta. Pelé era stato ampiamente picchiato dai bulgari che lo avevano infortunato costringendolo a saltare il secondo incontro, ma la sconfitta con l’Ungheria costrinse Feola ad accelerare i tempi di O’ Rey che scese in campo a Liverpool per l’ultima gara del girone. João Morais si dedicò alla marcatura del leggendario brasiliano non risparmiando interventi ai limiti del codice penale mentre dall’altra parte il Portogallo si divertiva. Simões segnò l’1-0 e poi si scatenò la Pantera Nera. Un colpo di testa da pochi passi e una cannonata su una corta respinta trafissero per due volte Manga e il 3-1 finale costò l’eliminazione al primo turno per i Verdeoro. Ai quarti “A Seleçao das Quinas” dovette vedersela con la rivelazione Corea del Nord, capace di eliminare l’Italia. Avrebbe dovuto essere un fuoco di paglia quello degli asiatici e invece a Liverpool continuarono a stupire il mondo quando si portarono in vantaggio per 3-0. Nessuno poteva credere a quello che stava accadendo ma a rimettere le cose al proprio posto ci pensò Eusébio che iniziò a diventare un autentico treno immarcabile per i poveri nordcoreani che riuscirono solo a fermarlo con falli in area e il numero tredici ribaltò da solo la sfida segnando quattro reti. Una prestazione impressionante come rare volte si è vista nella storia della Coppa del Mondo e per i portoghesi c’era ora la grande sfida con l’Inghilterra a Wembley. La Perla Nera segnò nel finale su rigore ma il vero protagonista di giornata fu l’altro grande campione in campo, quel Bobby Charlton che con una doppietta gli tolse prima il Mondiale e poi il Pallone d’oro. Il ragazzo di Maputo scoppiò in lacrime, come quattro anni prima ad Amsterdam, ma allora erano di gioia ben diverse da queste molto più amare. Si tolse la soddisfazione nella finalina per il terzo posto di segnare a Jashin e laurearsi capocannoniere del torneo con nove gol.

Dopo il Mondiale avrebbe probabilmente dovuto cogliere l’occasione di lasciare Lisbona ma il legame con il Benfica era troppo grande e così rifiutò le ricchissime proposte che arrivavno da Italia e Inghilterra. Il calcio portoghese però iniziava a perdere i suoi pezzi migliori e anche il livello del campionato iniziò a calare tanto che nella stagione 1967-68 Eusébio riuscì a segnare l’impressionante numero di quarantadue reti in sole ventiquattro partite. La Scarpa d’oro divenne dunque per la prima volta sua, ma in quell’anno non riuscì a segnare quello che la rete più importante. Wembley si rivelò ancora fatale per il Benfica e per la Pantera Nera perché arrivò la terza sconfitta in finale di Coppa dei Campioni, questa volta contro il Manchester United. Charlton, ancora lui, segnò il vantaggio dei Red Deviles, ma a dieci dalla fin Graça trovò la rete del pareggio e quando i supplementari erano ormai alle porte ecco la grande occasione per riportare il titolo a Lisbona. Eusébio si involò verso la porta incueneandosi tra Dunne e Stiles e calciò una gran botta di sinistro ma troppo centrale e Stepney evitò il 2-1. Il numero dieci andò a stringere la mano come suo solito al portiere che era stato in grado di fermarlo, ma forse anche lui quella volta lo fece controvoglia. Nella ripresa gli inglesi dilagarono e il 4-1 finale mandò la Coppa nella direzione di Manchester.

Da allora il suo nome iniziò via via a sparire dalle grandi testate giornalistiche europee e anche in Portogallo iniziò a segnare con numeri molto più umani. Solo nel 1973 ebbe l’ultima fiammata della carriera quando trascinò il Benfica allenato dall’inglese Jimmy Hagan alla vittoria di un altro campionato segnando quaranta gol e vincendo la sua seconda Scarpa d’oro. A ottobre di quell’anno avrebbe dato l’addio alla nazionale lusitana, dopo che fallì anche la qualificazione per Germania Ovest ’74, e due anni dopo fece lo stesso con le Aquile. Girò il mondo giocando per quattro diverse squadre statunitensi, una messicana, qualche piccola realtà portoghese e soprattutto in Canada con i Toronto Metros-Croatia, dove riuscì a vincere il campionato facendo meglio anche dei Cosmos New York di Pelé. Nel 1979 chiuse carriera con la maglia dei Buffalo Stallions.
Eusébio fece scoprire al mondo la qualità che anche il calcio africano poteva esprimere, se messo nelle giuste condizioni di crescita, grazie a una forza fisica e uno scatto mai visto prima. Un centravanti autentico, un uomo nato per il gol, l’attaccante più devastante degli anni ’60, il fenomenale Eusébio da Silva Ferreira.



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