Storia del Pallone d’oro: il ’67, Florian Albert

Storia del Pallone d’oro: il ’67, Florian Albert


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17 Marzo 2020 Alle 10:00

La storia dell’Ungheria è fatta di grandi momenti durante gli albori del calcio con i suoi anni più esaltanti nel 1938 e soprattutto nel 1954 quando arrivò fino all’ultimo atto del Mondiale. Se nel primo caso il secondo posto fu un risultato più che soddisfacente dove non ci fu nulla da recriminare per la sconfitta contro la più forte Italia, in Svizzera i rimpianti furono enormi. L’Aranycsapat (Squadra d’oro) era formata da campioni favolosi come Kocsis, Hidegkuti, Czibor e soprattutto Ferenc Puskás. Il maggiore a cavallo è riconosciuto da tutti come il più grande giocatore magiaro e tra i più grandi della storia del calcio, ma per France Football non bastò nemmeno un poker nella finale di Coppa dei Campioni del 1960 per essere riconosciuto come migliore d’Europa, dove arrivò secondo dietro a Luis Suárez. Eppure il momento di gloria per un calciatore ungherese arrivò nel 1967, con una vittoria sorprendente ma netta per la giuria.

Flórián Albert è stato l’ultimo vero grande fenomeno del calcio ungherese. La sua sfortuna è probabilmente stata quella di nascere alla fine della generazione d’oro senza poter così contribuire a una vittoria della sua nazionale. Un campione dotato di un tocco di palla sopraffino, un dribbling ubriacante e la capacità di giocare a tutto campo senza dare l’impressione di sentire la fatica guadagnandosi ben presto il soprannome di “Imperatore“. Nacque il 15 settembre 1941 nel sud della nazione a Hercegszántó, praticamente al confine con la Jugoslavia, ma fin dalla sua tenera età il mondo del pallone si accorse del suo immenso talento e venne portato nella Capitale per giocare con il Ferencváros. In biancoverde ci rimase per tutta la carriera e la maglia dei Zöld Sasok se la toglieva solo per mettere quella dell’Ungheria. La prima chiamata arrivò prestissimo, subito dopo i Mondiali di Svezia nel 1958 ed è proprio questa competizione che fece conoscere al mondo intero la grandezza di Albert. In Cile nel 1962 debuttò come meglio non si potrebbe realizzando il gol della vittoria contro l’Inghilterra e con la successiva tripletta alla Bulgaria arrivò a quota quattro gol laureandosi capocannoniere del torneo. Ai quarti però la Cecoslovacchia, futura finalista, ebbe la meglio e allora tutto venne rimandato a quattro anni dopo in Inghilterra.

Il girone iniziale era infernale perché oltre alla Bulgaria vi erano anche Portogallo e Brasile. L’impresa sembrò diventare impossibile quando i lusitani vinsero per 3-1 la prima partita e contro i Verdeoro bicampioni del mondo serviva un miracolo, ma quella sera a Goodison Park il vero fenomeno giocava per gli europei. Campioni ormai esperti come Djalma Santos e Bellini sembravano dei dilettanti quando dovevano marcare Albert che incantò il pubblico di Liverpool risultando imprendibile e mandando in rete Bene, Farkas e iniziando l’azione per il rigore segnato da Meszoly. Quella del ragazzo del sud dell’Ungheria fu una delle partite più devastanti che la Coppa del Mondo ricordi. Un altro 3-1 alla Bulgaria fece passare il turno ai magiari che però dovettero ancora una volta arrendersi ai quarti contro l’Unione Sovietica.

Il mondo non solo lo conosceva, ma ormai se ne era innamorato da tempo, anche perché non fu solo grande in nazionale. Con il Ferencváros iniziò come centravanti puro e nei primi anni di carriera vinse per due volte la classifica marcatori portando i biancoverdi al successo in campionato nel 1963 e nel 1964, ma l’apice lo raggiunse l’anno seguente. Dopo una splendida cavalcata i ragazzi di Mészáros arrivarono fino alla finale di Coppa delle Fiere dopo che riuscirono a eliminare squadre come Roma, Atheltic Bilbao e Manchester United. Furono proprio i giallorossi a dover subire da Albert la decisiva rete dell’elmininazione nella gara di ritorno a Budapest e la finale sarebbe stata contro un’altra italiana: la Juventus. La partita si sarebbe giocata in gara unica a Torino e i bianconeri erano gli strafavoriti, ma qualcosa andò storto. Fenyvesi trafisse Anzolin a un quarto d’ora dalla fine e il Ferencváros vinse così inaspettatamente questa competizione europea e anche in finale Albert ne fu il suo uomo in più e trascinatore.
Il giocare in un campionato poco appariscente e dal quale uscivano poche notizie come quello ungherese sembrava doverlo confinare a essere grande in Patria ma dimenticato dall’Europa occidentale, alla quale non mancavano di certo grandi campioni, ma il 1967 fu un anno particolare. Il Celtic si laureò a sorpresa campione d’Europa, la Grande Inter e il grande Benfica erano alla fine del proprio ciclo e i campioni del futuro ancora acerbi. Così France Football decise che la grande stagione 1966-67 di Albert, culminata con il titolo di campione d’Ungheria e di miglior giocatore del torneo, bastava per la consacrazione a miglior calciatore d’Europa. Un’assegnazione che magari oggi lascia un po’ sorpresi perché oltre agli amanti del calcio anni ’60 in pochi si ricordano questo campione ma per la giuria fu una vittoria netta. Sessantotto i voti per lui, contro i quaranta del secondo Bobby Charlton del Manchester United e i trentanove del terzo Jimmy Johnstone del Celtic Glasgow. Vinse con un anno di ritardo perché il 1966 fu sicuramente il suo anno migliore, dove non solo giocò un Mondiale da urlo ma si laureò anche capocannoniere in Coppa dei Campioni con sette reti e portando il Ferencváros fino ai quarti di finale della competizione. La Coppa del Mondo vinta dall’Inghilterra e il grande exploit del Portogallo però non gli permisero di coronare al meglio quell’annata, dove comunque chiuse al quinto posto dietro a leggende come Bobby Charlton, Eusébio, Beckenbauer e Bobby Moore.

La sua gloria iniziò però a calare dopo il successo personale e anche il Ferencváros ne resentì riuscendo a vincere solo un altro campionato nel 1968 prima di lasciare campo agli odiati rivali dell’Újpest. Albert continuò a giocare fino al 1974 e nel 1972 disputò il suo ultimo grande torneo con il secondo Europeo della sua carriera. Nel 1964 aveva fatto impazzire la Spagna portando la semifinale fino ai supplementari, ma i magiari dovettero accontentarsi del terzo posto. In Belgio invece l’Imperatore era ormai alla fine del suo regno e nella semifinale contro l’Unione Sovietica venne lasciato in panchina. Il tempo ormai passava inesorabile e la gara per il terzo posto contro i padroni di casa sembrò la partita di addio di un grande del calcio. Morì a settant’anni per problemi di cuore a Budapest e per qualche anno il suo amato Ferencváros gli dedicò il nome del suo stadio. L’erede di Puskás, l’Imperatore, il maestro del dribbling, o forse più semplicemente Florian Albert, il Pallone d’oro 1967.



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