Storia del Pallone d’oro: il ’68, George Best

Storia del Pallone d’oro: il ’68, George Best


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21 Marzo 2020 Alle 10:42

Quando si usa l’appellativo “genio e sregolatezza” non si può che pensare immediatamente a George Best, un uomo che rivoluzionò per sempre il mondo del calcio. Perché prima del più famoso numero sette di sempre il calciatore era uno sportivo come tanti altri, noto agli appassionati di questo sport e presente solo ed esclusivamente nelle testate sportive. A poco interessava al mondo del gossip e della cronaca la vita privata di questi atleti, e riportare questa frase ai giorni nostri sembra quasi una bestemmia. Eppure fino agli ’60 il calcio era questo, fino a quando non arrivò un ragazzo affascinante dall’Irlanda del Nord e che divenne leggenda in quel di Manchester.

Nacque subito dopo la fine della guerra George, ma il boom economico degli anni ’50 non lo stavano di certo vivendo a Cregagh, un quartiere orientale di Belfast. Eppure il calcio di quella piccola terra stava vivendo un momento molto positivo, con la nazionale che riuscì ad arrivare fino ai quarti di finale del Mondiale nel 1958. Nonostante questo gli osservatori della zona ritenevano la prestanza fisica essenziale per poter giocare a calcio ed è per questo che Best venne scartato dal Glentoran, ma per sua fortuna qualcuno lo stava tenendo d’occhio. Bob Bishop, fedele assistente di Matt Busby, andò a visionarlo e mandò in men che non si dica un telegramma al proprio allenatore con scritto:”Credo di averti trovato un genio“. Una frase di una certa rilevanza, soprattutto se pronunciata da un grande conoscitore di calcio come lo era Bishop in riferimento a una promessa appena quindicenne. Nel 1961 venne dunque portato a Manchester, ma gli inizi furono tremendi. La nostalgia di casa era tanta e una volta riuscì anche a tornare a Belfast di nascosto, prima di essere riportato ad allenarsi con i giovani dei Red Deviles. La sua forte timidezza e la difficoltà a relazionarsi con gli altri gli crearono non pochi problemi ed è proprio da qui che iniziarono i suoi problemi con l’alcol. Best dichiarò più volte di aver iniziato a bere proprio per poter sfuggire dal suo grande impaccio nel relazionarsi con gli altri, e con le donne in particolar modo.

Dopo due anni passati nel settore giovanili Busby lo ritenne pronto per debuttare in prima squadra e dopo una fugace prima apparizione in campionato contro il West Bromwich fu in Fa Cup qualche mese dopo che trovò il definitivo trampolino di lancio. Il Manchester United affrontò il Burnley e nella vittoria finale per 5-1 arrivò anche il primo storico sigillo in carriera di George Best. Da lì in poi toglierlo di squadra sarebbe stato impossibile. Un giocatore favoloso, capace di accelerazioni repentine abbinate a uno scatto bruciante sull’uomo mai visti prima di allora. Un calciatore nuovo che grazie alla sua classe immensa sembrava essere più grande di quello che in realtà era. La maglia numero sette in realtà era solo una scelta quasi casuale, perché allora chi indossava questo numero era un’ala vera e proprio con il solo compito di macinare chilometri sulla fascia e mettere cross al centro per i centravanti. A Best questo non interessava, o per meglio dire non era il suo unico obbiettivo. Il nordirlandese giocava per divertire e soprattutto metteva in campo tutto il suo amore e la sua passione per questo sport, portando spesso all’esasperazione non solo gli avversari che non sapevano come fermarlo, ma anche Matt Busby che dovette più volte cercare di contenerlo per rispettare alcuni dettami tattici.
Attaccante, ala, fantasista, insomma in ogni azione dello United c’era George e con Law e Charlton formava un terzetto di campioni fenomenali. Nel primo anno la squadra vinse la Coppa d’Inghilterra ma fu nella sua seconda annata che il talento di Best iniziò a risplendere sempre di più e lo United vinse il suo sesto titolo dopo uno spettacolare testa a testa con il Leeds. Il suo talento risplendeva già per tutta l’Inghilterra e l’Europa iniziava a guardare con ammirazione a questo fenomeno di soli diciotto anni. La vera fama continentale però la ottenne un anno dopo quando affrontò per la prima volta il Benfica, una squadra che sarà fondamentale nella sua carriera. Dopo aver vinto per 3-2 l’andata all’Old Trafford in molti davano per sicura la rimonta di Eusébio e compagni, ma qualcuno non era d’accordo. Con un colpo di testa e una splendida azione individuale in velocità, conclusa con un destro all’angolino in corsa, Best freddò due volte Costa Pereira in soli undici minuti e diede il via a una magica notte per i Red Deviles che finirono la partita vincendo addirittura per 1-5. La stampa portoghese a fine partita lo ribattezzò “Il quinto Beatle“, il passaggio da giovane promessa a campione rivoluzionario era iniziato.
Un infortunio in campionato lo fermò fino al termine della stagione e contro il Partizan di Belgrado la squadra non riuscì a qualificarsi per la finale ma nel 1967 ecco il secondo titolo inglese. Il nordirlandese diede un grosso contributo più alla squadra in termine di assist e lavoro per i compagni che non per gol, perché quelli se li tenne per l’annata successiva dove scrisse una pagina storica del calcio. Best riuscì nell’impresa di vincere il titolo di capocannoniere, assieme a Ron Davies del Southampton, andando in gol per ben ventotto volte. Quello che però lasciava più di stucco tutti era la qualità delle reti, quasi tutte con quel meraviglioso tocco d’artista che lo caratterizzò sempre. Il titolo andò per soli due punti di distacco ai rivali cittadini del Manchester City, ma fu la Coppa dei Campioni il palcoscenico prediletto dal quinto Beatle. Nella stagione precedente il Celtic Glasgow era diventata la prima squadra britannica a laurearsi campione d’Europa e l’Inghilterra non riusciva a vivere serenamente questo smacco.

Lo United così si concentrò sulla Coppa e in semifinale dovette vedersela con il Real Madrid. All’Old Trafford la sfida finì 1-0 per i padroni di casa e a decidere l’incontro fu proprio Best che con un terrificante sinistro all’incrocio dei pali non lasciò scampo a Betancort. Il 3-3 in terra spagnolo aprì definitivamente le porte alla finale del trofeo più ambito e ad attendere i Diavoli Rossi c’era il Benfica carico di voglia di rivalsa. La finale venne disputata a Wembley e fu una delle più belle che questa magica competizione ricordi. Dopo lo 0-0 del primo tempo fu un colpo di testa di Bobby Charlton a sbloccare la sfida ma a dieci dalla fine fu bravissimo Graça a trovare il pareggio. Si andò ai supplementari e a indirizzare la sfida e il trofeo verso Manchester fu George Best. Da un rilancio di Stepney fu Kidd a prolungare per George che saltò come se nulla fosse prima il difensore Jacinto e poi eluse Henrique in uscita appoggiando in rete il 2-1 che stese i lusitani. Nel giro di tre minuti Kidd e Charlton chiusero definitivamente i conti dando allo United la prima Coppa dei Campioni della sua storia. L’Europa e il mondo erano ai piedi di Best, l’indiscusso re del calcio e ormai diventato popolare quanto una rockstar che infiammava le rivolte studentesche in giro per il continente. Qualche votante al Pallone d’oro tentennò virando sul compagno di squadra Charlton ma i sessantun voti del nordirlandese bastarono sui cinquantatre dell’inglese e sui quarantasei dello jugoslavo Džajić terzo.

A ventidue anni era già arrivato all’apice della sua carriera, ma l’eccessiva popolarità iniziò a creargli molti problemi. I primi segnali di cedimento arrivarono già nella stagione seguente dove macchiò la sfida di ritorno della finale di Coppa Intercontinentale con un pugno al difensore dell’Estudiantes José Hugo Medina e il cartellino rosso fu la logica conseguenza. Le nuove leve dei Red Deviles non sembravano essere all’altezza del nordirlandese che dichiarò di essere l’unico in campo a spingere avanti la squadra, non certo una frase da leader. Il Manchester United iniziò vari cambi di allenatori senza però ottenere mai i risultati sperati e per anni divenne una squadra di metà classifica, nonostante George riuscisse sempre a mantenere ottime medie realizzative tra i quindici e i diciannove gol per campionato. Nel 1970 visse forse il suo ultimo grandioso momento segnando ben sei reti in Fa Cup al malcapitato Northampton Town.
Nel 1972, a soli ventisei anni, sconvolse il mondo quando annunciò il suo ritiro dal calcio. Una decisione pazzesca perché Best era ancora il miglior giocatore dei Red Deviles e tra i più forti del mondo, ma ormai la sua testa era altrove. Belle donne, macchine sportive e fiumi di alcol rappresentavano ormai il suo quotidiano e la sua priorità e quando nell’estate di quell’anno cambiò idea e si presentò al ritiro dello United sotto la guida dell’irlandese Frank O’Farrell non sembrò più lui. Senza il suo uomo migliore per la maggior parte delle partite, o in campo in maniera svogliata, la squadra si ritrovò a chiudere il campionato al diciottesimo posto, preludio della clamorosa retrocessione dell’anno seguente. Best però giocò solo il girone d’andata del campionato 1973-74 perché a inizio 1974 venne arrestato per aver rubato alla modella statunitense Marjorie Wallace una pelliccia, il passaporto e gli assegni. Nella pesante sconfitta per 3-0 contro il Queen’s Park Rangers dell’1 gennaio 1974 si concluse definitivamente la sua storia con il Manchester United.

Iniziò a girovagare per il mondo cercando ricchi contratti che potevano permettergli la vita sfarzosa che ormai si era costruito. Giocò in Irlanda, negli Stati Uniti, in Scozia, in Australia e per un periodo perfino in due squadre di Hong Kong. Ebbe un piccolo momento di gloria quando tornò in Inghilterra per vestire la maglia dei londinesi del Fulham, e a Craven Cottage scoppiò di nuovo la BestMania, anche se il tutto fu di breve durata. Giocò in nazionale fino al 1977 e lasciò proprio in una partita contro l’Olanda del suo erede calcistico Johan Cruyff. Non nacque in grandi generazioni nordirlandesi e per questo motivo non riuscì mai a giocare un Mondiale o un Europeo, forse il suo più grande cruccio in carriera.

Provò più volte a disintossicarsi dall’alcol ma non ce la fece e il 25 novembre 2005 morì a Londra per un’infezione epatica. Una vita da film quella di Best, sempre al limite e dedita al divertimento più irrefrenabile senza mai la voglia di porsi limiti o freni. Ha regalato al calcio momenti magici e indimenticabili e forse “se non fosse stato bellosarebbe passato alla storia come il più grande di sempre. Certo, forse sarebbe andata così, ma non sarebbe nato il mito del quinto Beatle, il mito di George Best.



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