Storia del Pallone d’oro: il ’90, Lothar Matthäus

Storia del Pallone d’oro: il ’90, Lothar Matthäus


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8 Aprile 2020 Alle 10:46

Una forza della natura, un carrarmato inarrestabile e un leader naturale capace di trascinare i propri compagni in qualsiasi momento. La corsa palla al piede, la resistenza fisica aiutata da gambe che sembravano essere scolpite nel marmo e facilità di calcio hanno reso questo Panzer una leggenda. L’esaltazione massima del prototipo di giocatore tedesco, fatto di muscoli, dedizione al lavoro e con l’aggiunta di una tecnica tale da rendere anche la potenza affascinante. Un uomo a tutto campo che voleva vivere sempre a mille all’ora e al massimo della velocità senza mai fermarsi di fronte a niente e nessuno e quando con l’avanzare degli anni il fiato non riusciva più a sostenerlo è riuscito a mettere la sua immensa intelligenza tattica a servizio della squadra giocando da libero. Non sempre il più forte ha la stoffa per fare il Capitano, ma non tutti sono Lothar Matthäus.
Nacque a Erlangen in Baviera ma in giovane età fece fatica imporsi. Il suo carattere forte, deciso, ma alle volte anche eccessivamente testardo fece sì che giocò soltanto con il piccolo Herzogenaurach fino a quando non compì la maggiore età. A volerlo fortemente fu la leggenda del Borussia Mönchengladbach Jupp Heynckes che nel frattempo era diventato l’allenatore dei bianconeri. Il suo inserimento avrebbe dovuto essere lento e graduale ma il talento di quel ragazzo era sotto gli occhi di tutti e così giocò da titolare fin da subito e si fece conoscere al grande pubblico europeo contribuendo all’arrivo in finale di Coppa Uefa dei bianconeri. Si capì fin da subito la stazza del grande campione che non sentiva la pressione degli incontri importanti e infatti in semifinale segnò il gol della qualificazione contro lo Stoccarda e nel ritorno contro l’Eintracht timbrò il momentaneo 2-2, ma il titolo sfuggì per le reti in trasferta. Le prestazioni furono talmente convincenti che dopo solo un anno tra i professionisti venne convocato da Jupp Derwall per gli Europei in Italia. Il suo ruolo fu chiaramente quello del panchinaro, ma nella gara del girone contro l’Olanda giocò gli ultimi quindici minuti che costituirono il suo debutto in nazionale garantendogli a tutti gli effetti il titolo di Campione d’Europa.
Con il Borussia Mönchengladbach ci rimase fino al 1984 ma dopo cinque anni meravigliosi, il tutto venne rovinato dall’ultimo momento. In quell’anno Lothar era già promesso al Bayern Monaco e a Francoforte furono proprio bavaresi e renani ad affrontarsi per la finale di Coppa di Germania. Dopo una sfida equibratissima si andò fino ai calci di rigore e Matthäus calciò alle stelle il suo tiro dagli undici metri non riuscendo così ad alzare nessun trofeo con i bianconeri. A fine anno partecipò al suo secondo Europeo, e dopo due apparizioni al Mondiale di Spagna, divenne finalmente un titolare inamovibile del Mannschaft.

Arrivato al Bayern aumentò il raggio d’azione portandosi dietro le punte sfruttando sempre di più la sua grande capacità di segnare grazie al suo destro da fuori area abbinato a una grande abilità nell’inserirsi. Per i primi tre anni vinse altrettanti campionati riuscendo ad arrivare al suo numero record di diciassette gol in campionato. Nel 1986 partecipò al suo secondo Mondiale ma questa volta con un ruolo fondamentale contribuendo a portare la Germania Ovest in finale segnando anche un fantastico gol su punizione negli ottavi di finale contro il Marocco. Nella finale di Città del Messico ritornò alle origini e Beckenbauer decise di metterlo a marcatura fissa su Maradona. L’operazione funzionò alla meraviglia e il Pibe de Oro fu limitato, tranne quando con un lancio geniale mandò in porta Burruchaga per il 3-2 sudamericano. Lothar però era diventato un simbolo del calcio europeo e l’anno seguente trascinò il Bayern fino alla finale di Coppa dei Campioni, quando una sua doppietta su rigore permise di eliminare in semifinale il Real Madrid rifilandogli un pesantissimo 4-1. Al Prater di Vienna il Porto non sembrava rappresentare un grosso problema, ma dopo l’iniziale vantaggio di Kögl un uno due di Madjer e Juary diedero la Coppa ai lusitani. Per Matthäus fu la prima grande delusione in questo torneo che per lui sarà sempre maledetto. La sconfitta si fece sentire e il 1988 fu il suo primo anno bavarese senza titoli, ma era anche l’estate dell’Europeo casalingo e il Panzer ne era diventato il Capitano. Dopo essere arrivati primi nel girone in semifinale venne affrontata l’Olanda e un rigore di Lothar portò avanti i ragazzi di Beckenbauer ma Van Basten salì in cattedra e con uno splendido gol eliminò i teutonici.

Le continue delusioni portarono così il campione bavarese a una drastica decsione, lasciare la Bundesliga per andare in Italia all’Inter. I nerazzurri erano da tre anni allenati da Giovanni Trapattoni eppure non erano ancora riusciti a vincere e l’ambiente meneghino si stava facendo più rovente intorno alla squadra. Matthäus sarebbe stato l’acquisto che avrebbe fatto fare il salto di qualità portando in campo quella leadership che serviva nei momenti più difficili. Con sè arrivò anche il terzino Andreas Brehme e la stagione 1988-89 fu da record. La Beneamata dominò fin dall’inizio il campionato tenendo ritmi da schiacciasassi e nessuna squadra era minimamente in grado di contrastarla. L’unica che provò a dare fastidio fu il Napoli di Maradona, ma proprio contro i partenopei arrivò la festa Scudetto. Careca portò in vantaggio i campani e un destro di Berti deviato valse il pareggio ma per poter festeggiare in anticipo serviva la vittoria. Il numero dieci interista si assunse la responsabilità di calciare una punizione dal limite dell’area e con un missile di destro sotto la barrira trafisse Giuliani e il giocatore più importante della squadra timbrò in maniera indelebile il tredicesimo Scudetto della storia nerazzurra. Matthäus era il Re della Milano interista e l’anno seguente era pronto a prendersi il mondo.
La Germania era ufficialmente tornata una nazione unita, ma al Mondiale del 1990 ci andò ancora come realtà dell’Ovest e la casualità volle che dai gironi fino ai quarti di finale il Mannschaft giocasse nella sua San Siro. Esaltato dal pubblico che ben lo conosceva segnò quattro reti, in particolare contro la Jugoslavia fece un’azione in solitaria scartando mezza squadra e calciando forte e all’angolino dal limite dell’area. Fu il Capitano perfetto per una squadra fatta di ottimi giocatori ma forse non di campioni assoluti che arrivò alla finale di Roma contro l’Argentina. Dopo le delusioni con Borussia Mönchengladbach, Bayern Monaco e Germania Ovest era il tempo di capovolgere la tradizione e finalmente l’ultimo atto fu gioioso. Dopo una brutta partita un rigore di Brehme consegnò il terzo titolo ai tedeschi e Matthäus alzò la Coppa al cielo dell’Olimpico. Era il simbolo del calcio europeo e di quella squadra che si era elevata in vetta al mondo e il Pallone d’oro fu la logica conseguenza. Con centotrentasette voti superò gli ottantaquattro di Totò Schillaci e i sessantotto del compagno di club e di nazionale Andreas Brehme.

Il successo non solo non fece diminuire la sete di vittoria e di successi di Re Lothar ma lo galvanizzò ancora di più e la terza fu la sua miglior stagione italiana, segnando sedici reti nella sola Serie A e sembrava dover trascinare l’Inter a un altro successo, ma il destino alle volte può essere veramente beffardo. Alla quart’ultima giornata si giocò al Meazza la decisiva sfida Scudetto contro la Sampdoria, ma nonostante un dominio nerazzurro fu Dossena a portare in vantaggio i blucerchiati e l’occasione del pareggio capitò sui piedi di Matthäus ma per la prima volta in Italia sbagliò il rigore facendoselo parare da Pagliuca e i sogni di gloria svanirono. Se la Serie A aveva portato delusioni la storia fu diversa in Coppa Uefa con i ragazzi del Trap che ebbero un andamento fantastico e il numero dieci timbrò i momenti più importanti segnando contro l’Atalanta, lo Sporting Lisbona e nella finale di andata contro la Roma e dodici mesi dopo l’Olimpico fu ancora sinonimo di gioia e festa. Il quarto e ultimo anno a Milano fu anche il più difficile. In panchina era arrivato l’eccentrico Orrico e la squadra non riuscì mai a entrare in sintonia con il mister e un grave infortunio costrinse Matthäus a stare fuori per gran parte della stagione perdendo anche l’Europeo.
Il 1992 era quindi l’anno del ritorno al passato, l’Italia gli aveva dato tanto ed erano stati quattro anni bellissimi dove si era imposto come miglior giocatore d’Europa, ma arrivato a trentun’anni era tempo di tornare a casa nella sua Germania e nel suo Bayern Monaco. Dopo un altro secondo posto dopo un testa a testa col Werder Brema nel 1994 tornò a vincere il campionato segnando otto gol e vivendo ormai le ultime stagioni da centrocampista a tutto campo. Andò negli Stati Uniti per disputare il suo quarto Mondiale e il primo da Capitano della Germania unificata e trovò il suo sesto centro complessivo nella competizione segnando contro la Bulgaria nei quarti di finale, ma il vantaggio di Lothar fu solo un’illusione perché Stoichkov e compagni ribaltarono al situazione eliminando i campioni in carica.
Tornato dagli Stati Uniti ritrovò Trapattoni in panchina, ma la prima esperienza bavarese per il tecnico milanese fu deludente e per Matthäus i problemi fisici divennero sempre più evidenti. Perse la nazionale per quattro anni e nel 1996 non prese parte alla spedizione in Inghilterra per il trionfale Europeo inglese, ma quell’anno si tolse la soddisfazione della sua seconda Coppa Uefa, il primo titolo internazionale con un una squadra tedesca grazie alle due vittorie contro il Bordeaux. Dopo un anno di purgatorio il Trap tornò sulla panchina bavarese con maggiore esperienza di calcio teutonico e nel 1997 riuscì a vincere la Bundesliga cancellando gli ultimi due deludenti campionati. Il rapporto di amore, per la meravigliosa sintonia umana tra i due, e odio, per la visione di calcio agli antipodi, venne ancora di più rinsaldato tanto che nel 2005 si ritrovarono nello staff tecnico del Red Bull Salisburgo.
La nazionale tedesca stava vivendo il periodo più difficile della sua storia e il ricambio generazionale non era neanche lontanamente paragonabile ai precedenti Mannschaft e così nel 1998 giocò il suo quinto Mondiale all’età di trentasette anni. La sua presenza contribuì ad arrivare fino ai quarti di finale ma non impedì il tracollo contro la Croazia. Mancava però ancora la Champions League per coronare una carriera strepitosa e nel 1999 sembrò essere giunto il momento anche per la Coppa dalle grandi orecchie. Il Bayern arrivò fino in finale e a Barcellona affrontò il Manchester United. I tedeschi dominarono in lungo e in largo la sfida portandosi in vantaggio con Basler e colpendo un palo e una traversa. Matthäus giocava da libero ed era il perfetto direttore d’orchestra di una squadra che stava surclassando i Red Deviles. A dieci minuti dalla fine Ottmar Hitzfeld decise però di sostituirlo con Fink e la storia cambiò. Nei minuti di recupero due reti di Sheringham e Solskjaer ribaltarono la sfida eleggendo così la squadra di Sir Alex Ferguson a regine d’Europa. Per la seconda volta la Coppa gli era sfuggita nel finale e nel modo più beffardo. Rimase ancora un anno, giusto il tempo di vincere la sua settima Bundesliga e venire convocato a trentanove anni per l’Europeo del 2000, a vent’anni di distanza dal suo primo in Italia nel 1980. Nel Belpaese fu trionfo, in Olanda e Belgio fu un disastro con un umiliante eliminazione al primo turno con un pareggio e due sconfitte e il pesantissimo 3-0 di Rotterdam contro il Portogallo fu la sua ultima apparizione con la Germania. Per qualche mese si divertì a New York con la maglia dei MetroStars prima di chiudere definitivamente la carriera.
L’eleganza della potenza fatta a calciatore, instancabile e inarrestabile una volta presa velocità, un carattere e una tempra come poche volte si sono viste nel calcio. Un Panzer, un carrarmato, l’uomo in più per ogni squadra dove ha giocato, semplicemente Lothar Matthäus.



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