Storia del Pallone d’oro: il ’91, Jean Pierre Papin

Storia del Pallone d’oro: il ’91, Jean Pierre Papin


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14 Aprile 2020 Alle 10:40

Un killer dell’area di rigore, un attaccante tanto piccolo quanto capace di segnare da ogni posizione e in ogni modo. Perché Jean Pierre Papin non era solo un grande opportunista, ma era uno capace di segnare reti impossibili grazie alla sua grande coordinazione. Si iniziò a utilizzare il termine “Papinnades” per indicare quel tipo di gol che era difficile solo da pensare e che JPP prontamente realizzava.
Nacque a Boulogne sur Mer nel 1963 da Guy Papin, altro calciatore, ma a seguito del divorzio tra i due genitori andò a vivere con la madre vicino al confine con il Belgio. Non fu uno di quei talenti sbocciati già in tenera età e fino a ventun’anni giocò nelle categorie inferiori con il Vichy in quarta serie, prima di essere notato dal Valenciennes. Con la maglia dei Cigni riuscì a mettersi in mostra segnando quindici reti, ma in molti lo ritenevano solo un buon giocatore di provincia e così a fine anno passò il confine andando in Belgio al Brugge. La stagione fu superlativa dove toccò quota venti reti in campionato, ma fu in Coppa che fece vedere le cose migliori. Nella finale contro i rivali cittadini del Cercle fu una sua doppietta a spianare la strada verso il 3-0 che chiuse la sfida e prestazioni del genere gli fecero guadagnare la stima del commissario tecnico Henri Michel. Prima venne chiamato per un amichevole contro l’Irlanda del Nord e poi a sorpresa fu convocato per il Mondiale in Messico del 1986. Iniziò addirittura come titolare e fu suo il colpo di testa da pochi passi che decise la sfida inaugurale contro il Canada, ma deluse contro Unione Sovietica e Ungheria perdendo così il ruolo di centravanti principe. Venne ripescato nella finale per il terzo posto dove con un destro in corsa dopo un rimpallo trovò il suo secondo della competizione proprio contro quel Belgio che gli aveva permesso di essere lì e lo stava consacrando a grande del calcio.

La Francia ormai aveva capito il suo grande talento e sapeva che doveva assolutamente riportarlo in Patria. Ad acquistarlo fu l’Olympique Marsiglia che fece il più grande affare della sua storia. Mai al Vélodrome si era visto un attaccante del genere in grado di segnare così tanto e da ogni posizione tanto che, dopo un primo anno di ambientamento in una grande realtà, vinse per cinque anni consecutivi la classifica marcatori. Dal 1988 al 1992 il re dei gol in terra transalpina non poteva essere che uno soltanto, quel Papin che incantò tutti e che trovò la sua più completa esaltazione nel giugno 1989 in occasione della finale di Coppa di Francia. L’OM si era già laureato campione, ma voleva fare la doppietta e a Parigi il Monaco venne asflaltato dalla furia del numero nove. Valéry e Battiston provarono a contenerlo in tutti i modi, ma segnò una fantastica tripletta sfoderando tutto il suo repertorio. Prima con un dribbling secco e destro da fuori area all’angolino, poi con una straordinaria elevazione di testa e infine con un violentissimo destro in corsa sotto la traversa garantendo ai biancoazzurri il 4-3 definitivo e la vittoria anche in Coppa. A fine anno venne nominato a furor di popolo miglior giocatore francese dell’anno, ma non tutto andava a gonfie vele. La nazionale era formata da grandi talenti e JPP segnava con regolarità anche con i Galletti ma questi mancarono la qualificazione prima a Euro ’88 e poi soprattutto al Mondiale di Italia ’90. In quella stagione il centravanti ex Brugge era stato incontenibile arrivando a segnare il numero record di trenta reti in Ligue 1 e anche l’approccio con la Coppa dei Campioni non era stato niente male. Il Marsiglia aveva capito che poteva essere grande non solo all’interno dei propri confini, ma anche in tutta Europa e Jean Pierre segnò a raffico anche a livello continentale. Divenne capocannoniere per tre edizioni consecutive, ma se nel ’90 la squadra venne fermata in semifinale dal Benfica nella stagione seguente arrivò all’ultimo atto contro la Stella Rossa. A Bari dunque ci sarebbe stata una prima volta assoluta, perché mai nella storia nè una squadra francese nè una jugoslava era stata in grado di elevarsi a regina d’Europa. Le due erano le formazioni che probabilmente mostravano il miglior calcio, ma la posta in gioco era troppo alta e così ne uscì una partita lenta dominata dalla paura dove lo stesso Papin si divorò probabilmente la miglior occasione della partita. Si andò dunque ai calci di rigore, ma l’iniziale errore di Amoros fu fatale e a nulla servì la rete del numero nove alla terza conclusione, la Coppa aveva preso il volo per Belgrado. La delusione fu enorme ma France Football aveva deciso comunque di consolarlo a livello personale nominandolo miglior giocatore d’Europa. Fu un plebiscito con addirittura centoquarantuno voti contro i soli quarantadue del terzetto Matthäus, Pančev e Savićević.

papin

(Photo credit ERIC CABANIS/AFP via Getty Images)


Con il riconoscimento di miglior giocatore del continente, Papin riuscì a vincere il suo quarto campionato consecutivo con l’OM e anche se non riuscì a riportare la squadra fino in fondo in Coppa dei Campioni, nella sua testa il pensiero era rivolto all’estate dove ci sarebbe stato l’Europeo in Svezia. La Francia partiva come una delle grandi favorite ed essendo mancata dagli ultimi due grandi tornei internazionali aveva voglia di rivalsa. E poi in attacco il Pallone d’oro in carica era sostenuto da un campione tutto genio e sregolatezza come Cantona e quindi sognare era d’obbligo. A rispettare le attese fu però il solo magico JPP che nel girone iniziale segnò due magnifiche reti contro Svezia e Danimarca con destri fulminei all’angolino, ma questi furono gli unici gol dei Galletti in tutta la competizione. L’1-1 contro i padroni di casa e lo 0-0 contro l’Inghilterra furono il preludio al crollo di Malmö contro la Danimarca che vinse per 2-1 ed eliminò così la squadra allenata da Platini. I Bleus furono una delusione immensa e, giunto a ventinove anni, Papin capì che era tempo di cambiare aria.

Lasciò la Francia per passare al Milan di Capello e formare con Marco Van Basten la coppia dei sogni per vincere tutto quello che era possibile, ma in Italia non sempre andò tutto al meglio. Il tecnico friulano era un feroce sostenitore del turn over e anche per i grandi campioni doveva toccare della panchina. Con il Diavolo ritoccò le sue medie e i primi malanni in carriera ne limitarono parecchio le prestazioni tanto che nel suo primo campionato segnò solo tredici reti. I rossoneri arrivarono però in finale di Champions League, ironia della sorte proprio contro il Marsiglia, ma a Monaco di Baviera ci fu la più grande delusione nella carriera del francese. Capello scelse Van Basten, non al meglio delle condizioni, e Massaro in attacco relegando JPP vicino a lui. Entrò nella ripresa con la sua ex squadra già in vantaggio e a fine gara fu proprio l’OM ad alzare la Coppa. Fu la sua ultima grande partita prima di iniziare un lento e inesorabile finire di carriera. Nel suo secondo anno dalle parti di San Siro giocò solo diciotto partite segnando la miseria di cinque gol e divenne campione d’Europa a fine anno, ma nella finale contro il Barcellona non fu nemmeno convocato. A completare il disastro di quell’annata maledetta c’era anche stata la terribile notte di Parigi dove la Francia perse contro la Bulgaria e dovette così rinunciare anche al Mondiale negli Stati Uniti.
A fine anno lasciò il Milan e volò in Germania al Bayern Monaco, ma anche qui le cose non andarono al meglio. Nella sua prima stagione giocò solo sei partite, ma l’anno seguente riuscì a scendere in campo per la vittoriosa finale di andata di Coppa Uefa contro il Bordeaux nel 1996, prima di lasciare la Baviera proprio per vestire la maglia dei Girondini. L’aria di casa gli fece bene e i sedici gol di fine Ligue 1 furono un ottimo andamento, ma i guai fisici tornarono a perseguitarlo tanto che lasciò la squadra alla fine del 1998. Scese di categoria andando al Guingamp, ma il calcio professionistico ormai non faceva più per lui. Iniziò a girare la nazione vestendo tante maglie di squadre dilettantistiche chiudendo definitivamente carriera solo a cinquant’anni con la maglia del Facture Biganos.
Centravanti svelto, intelligente, dotato di grande tecnica e di quella capacità di crearsi occasioni anche quando per gli altri era impossibile. Una speranza all’interno di una Francia che viveva anni bui e un peccato non averlo visto al massimo della forma in un Mondiale. Resteranno per sempre nella mente le sue Papinnades, i suoi gol impossibili, i gol di Jean Pierre Papin.



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