Storia del Pallone d’oro: l’82, Paolo Rossi

Storia del Pallone d’oro: l’82, Paolo Rossi


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21 Aprile 2020 Alle 10:38

Istinto del gol nato, l’area piccola il suo habitat naturale capace con una zampata vincente di anticipare difensori e portieri in qualsiasi circostanza. Il prototipo perfetto del numero nove, magari non bellissimo da vedere, non in grado di far innamorare la folla con giocate d’alta scuola ma in grado di segnare gol decisivi per la propria squadra. Inoltre sono veramente pochissimi che possono vantare una decisività in un Campionato del Mondo come quella di Paolo Rossi.
Nacque a Prato alla fine degli anni ’50 e il calcio fu subito nel suo destino con il padre che era l’ala destra della squadra toscana e per tutta la giovinezza giocò in piccole realtà locali. Fu a sedici anni che Italo Allodi vide in lui un ragazzo promettente e utile alla Juventus del futuro, ma inizialmente la famiglia non fu completamente accondiscendente. Anche il fratello Rossano era stato chiamato a Torino, ma dopo un solo anno era tornato in Toscana. L’ex direttore sportivo della Grande Inter però voleva a tutti i costi quel ragazzetto dal corpo esile e svelto e decise di sborsare oltre quattordici milioni di lire per portarlo con sè. Nonostante riesca a far vedere buone cose Paolo è costantemente fermato dalla sfortuna e nelle prime due annate finisce sotto ai ferri per ben tre operazioni al menisco. Riuscì a debuttare in prima squadra in Coppa Italia quando ancora giocava nel ruolo di ala, dato il suo fisico asciutto, ma nel 1975 venne mandato in prestito al Como. Qui giocò le sue prime sei partite in Serie A ma l’esperienza in riva al Lago fu molto negativa. Il poco spazio concessogli e le prestazioni deludenti fecero sì che venne rispedito senza troppi complimenti a Torino e nell’estate 1976 ci volle una grossa opera di convincimento dei bianconeri per far sì che il Vicenza ne acquistasse la metà. I veneti si trovavano in Serie B, ma qui trovò un uomo che cambiò per sempre la sua carriera: Giovan Battista Fabbri. Il tecnico emiliano capì che poteva essere molto più utile come centravanti per sfruttare la sua abilità nel breve piuttosto che quella nel lungo e così iniziò la carriera di uno dei più letali attaccanti del calcio italiano. Con ventuno reti divenne il capocannoniere del campionato cadetto facendo arrivare i biancorossi al primo posto portandoli così in Serie A. Farina riuscì a tenere la propria stella anche per la stagione tra i grandi e fece vivere al popolo vicentino un sogno meraviglioso. Trascinata dalla reti di Rossi il Vicenza iniziò a scalare la classifica come mai gli era riuscito in passato e a cinque turni dalla fine si giocò a Torino lo Scudetto proprio contro la sua Juventus. Fu una partita meravigliosa con la Vecchia Signora che scappava e il Lanerossi che rincorreva. Alla fine fu decisivo Bettega con una doppietta e a nulla servì la rete di Paolo perché fu la squadra di Trapattoni a vincere per 3-2. Il titolo era sfuggito, ma il centravanti pratese era diventato il calciatore più chiacchierato d’Italia, colui che era stato capace di portare il piccolo Vicenza fino al secondo posto vincendo il titolo di capocannoniere con ventiquattro reti, record personale in carriera. Inoltre la comproprietà era ancora un nodo da sciogliere e nessuna delle due voleva cedere e così si andò alle buste. Il presidente dei veneti Farina sparò una clamorosa cifra di oltre due miliardi di lire, una cifra che fece indignare il Paese, portò alle dimissioni del presidente della Lega Carraro e fu discussione in Parlamento. Il vulcanico numero uno del Vicenza si giustificò dicendo che provò vergogna quando scrisse quel prezzo, ma Paolo era la Gioconda del calcio italiano e in tal modo andava pagato.

L’estate del 1978 non fu soltanto quella della clamorosa comproprietà ma era anche quello del Mondiale in Argentina e grazie a quel torneo divenne per tutti Pablito. Nonostante avesse giocato solo due presenze in Nazionale venne schierato immediatamente titolare da Bearzot nella prima partita contro la Francia e la gara partì come peggio non poteva. Dopo pochi secondi un colpo di testa di Lacombe portò in vantaggio i transalpini, ma si doveva fare ancora i conti col ragazzo terribile di Prato. Da un’azione confusa e a seguito di moltissimi rimpalli la palla riuscì a entrare grazie all’ultimo tocco da opportunista di Rossi che segnò così il suo primo gol Azzurro. Nella ripresa fu Zaccarelli a ribaltare la situazione dando così il via a uno splendido torneo. La squadra giocava bene e divertiva e nella seconda partita contro l’Ungheria sembrò tutto facile. A sbloccare il punteggio fu sempre Rossi che si avventò come un falco su una corta respinta di Mészáros su tiro di Tardelli e il 3-1 finale fece passare l’Italia al turno successivo. Contro l’Argentina fu splendida spalla e uomo assist di Bettega, ma nel secondo girone la sfortuna sembrò colpire i ragazzi di Bearzot. Fu un dominio la sfida contro la Germania Ovest, ma tra pali, traverse e interventi miracolosi di Maier il risultato non si sbloccò. Contro l’Austria tornò a segnare il mitico Pablito che da un filtrante di Causio sfruttò un errore di Strasser e con la punta del destro anticipò il difensore e l’uscita di Koncilia per il definitivo 1-0. Gli Azzurri erano lanciatissimi verso la finale ma nella terza decisiva gara contro l’Olanda due tiri dalla lunga distanza di Brandts e Haan sorpresero Zoff e l’Italia si dovette accontentare della finalina, anche quella persa, contro il Brasile.

Alla fine della competizione tutti parlavano di quel ragazzo che aveva fatto innamorare la nazione e tutti si chiedevano dove poteva arrivare quel Vicenza. La stagione 1978-79 fu però disastrosa con Rossi che si fece male in occasione della sfida di Coppa Uefa contro il Dukla Praga e i biancorossi iniziarono a restare immischiati nella lotta salvezza. Paolo rientrò in tempo per provare una disperata rimonta e andò a segno ben quindici volte, ma ormai non c’era più nulla da fare e i veneti retrocedettero clamorosamente in Serie B. La cadetteria non poteva essere il luogo di un campione, ma Farina non voleva rinunciare all’enorme spesa e così si optò per il prestito biennale a un’altra grande provinciale dell’epoca, il Perugia. Gli umbri erano arrivati secondi senza mai perdere e avevano la sensazione che con un centravanti come Rossi avrebbero potuto svoltare. Pablito andò a segno tredici volte ma quella terribile annata verrà ricordata per sempre per lo scandalo del calcioscommesse dove anche Rossi fu coinvolto per la partita Perugia-Avellino. Al Curi finì 2-2 con doppietta del centravanti toscano, ma da vari intercettazioni si capì come la partita venne concordata. Non venne mai chiarita la posizione di Paolo che disse di aver parlato con due amici del compagno Della Martira che parlavano di pareggio ma che non aveva accettato o deciso di combinare nulla. Il giudice però decise di condannarlo a due anni di squalifica, decisione che gli fece perdere l’Europeo casalingo di quell’estate e che sembrò allontanarlo definitivamente dal mondo del calcio. Si diede infatti alla moda e visse negli Stati Uniti, ma alla fine si fece forza e tornò a giocare e a ridargli un’occasione fu inaspettatamente la Juventus. Boniperti gli fece firmare un contratto e sul finire del campionato 1981-82 scese in campo tre volte tornando a segnare contro l’Udinese. Sembrava l’inizio graduale di una nuova era, ma per Bearzot quelle tre partite erano più che sufficienti e così sorprese il mondo convocandolo per il Mondiale in Spagna. Nessuno riusciva a capire le motivazioni di quella decisione anche perché venne lasciato a casa il capocannoniere degli ultimi due campionati Roberto Pruzzo. Il tecnico friulano credeva fermamente in Pablito e così lo schierò titolare in attacco lasciando in panchina anche Spillo Altobelli, ma l’inizio fu un incubo. La lunga inattività si fece sentire e Rossi fu l’emblema del fallimento Azzurro nel girone. Lento, fuori dal gioco, incapace di essere pericoloso con l’Italia che non sapeva vincere e riuscì a passare il girone per il rotto della cuffia con tre pareggi con Polonia, Perù e Camerun. Una Nazionale criticata che dovette entrare in silenzio stampa e isolarsi per affrontare al meglio il proibitivo secondo turno. Al Sarriá di Barcellona si sarebbero dovute sfidare Argentina e Brasile e nella testa degli italiani qualcosa cambiò. Alzando la posta e il livello dell’avversario iniziò un altro Mondiale con Tardelli e Cabrini mattatori dell’Albiceleste e con il numero venti leggermente migliore e più nel gioco, preambolo dell’opera d’arte. Contro i Verdeoro doveva essere vittoria per poter sperare nel passaggio del turno e Rossi passò dall’essere brutto anatroccolo a cigno maestoso. Fece vedere tutto il suo repertorio segnando una favolosa tripletta, prima con un colpo di testa, poi sfruttando un errore in disimpegno di Júnior freddando Valdir Peres con un destro potente e infine con una deviazione da killer dell’area piccola a seguito di una mischia. Il 3-2 aveva quel dolce sapore dell’impresa e ora nulla poteva fermare la banda di Bearzot. In semifinale ci fu la riedizione della sfida contro la Polonia, ma a Barcellona la gara fu ben diversa da quella di Vigo. Un gol per tempo di Pablito, deviando di destro una punizione da fuori area e con una dolce incornata su contropiede di Conti diedero all’Italia una finale assolutamente impronosticabile dopo il primo girone. Al Santiago Bernabéu ci fu la storica eterna sfida contro la Germania Ovest e mai fu così netto il divario tra le due nazionali. Gli Azzurri dominarono la partita fin dall’inizio concedendosi perfino il lusso di sbagliare un rigore con Cabrini nel primo tempo prima di dilagare nella ripresa. Da un cross dalla destra di Gentile sbucò nella confusione la testa di Rossi che anticipò compagni e avversari e trafisse Schumacher per il vantaggio. Tardelli e Altobelli portarono a tre le reti italiane facendo esplodere di gioia un intero popolo che aspettava un successo Mondiale da ben quarantaquattro anni. Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini si alzò in piedi festante esclamando:”Non ci prendono più” e quando segnò Breitner fu solo per le statistiche. L’Italia era per la terza volta nella sua storia campione del mondo e Pablito era diventato capocannoniere del torneo segnando sei reti dando così ragione al Vecio Bearzot che contro tutto e tutti aveva ancora creduto in quel ragazzo di Prato. Le straordinarie prestazioni convinsero France Football a nominarlo miglior giocatore d’Europa con centoquindici voti contro i sessantaquattro di Giresse e i cinquantatre di Boniek.

Dopo la splendida avventura spagnola sembrò però esser tornato scarico e quasi interessato solo al grande palcoscenico della Coppa dei Campioni. In campionato segnò la miseria di sette reti, mentre in Europa fu il capocannoniere della competizione con sei gol, risultando decisivo nelle trasferte con Aston Villa e Widzew Łódź, e trascinando la Juve fino alla finale. Ad Atene contro l’Amburgo sembrò essere però un pesce fuor d’acqua e la difesa tedesca lo annullò contribuendo allo storico successo dei Dinosauri. Si riprese l’anno seguente segnando tredici reti in campionato e risultando decisivo per la vittoria dello Scudetto e in Coppa delle Coppe realizzò una fantastica rete da opportunista nella semifinale contro il Manchester United prima di alzare il trofeo a Basilea contro il Porto. La sua avventura a Torino stava però per finire e le panchine si fecero sempre più frequenti così come i contrasti con Boniperti. Segnò solo tre reti in Serie A nel 1985 e visse da attore non protagonista la vittoria in Coppa dei Campioni di quell’anno e in estate venne ceduto al Milan. Fu un’avventura triste quella rossonera dove si esaltò solo nel derby contro l’Inter dove realizzò gli unici suoi due gol in terra lombarda. Nonostante questo venne convocato per il suo terzo Mondiale anche se in Messico fu solo spettatore non pagante non venendo mai utilizzato. In estate passò al Verona ma anche in gialloblu le cose non andarono per il meglio e così a trentun’anni decise che era giunto il momento di smettere con il calcio.
Uno dei più grandi centravanti della storia del calcio italiano, un rapace dell’area di rigore che è entrato nella leggenda trascinando forse la Nazionale più amata e odiata di sempre. Un cannoniere che ha saputo far diventare grande la provincia e che si è sempre esaltato nelle difficoltà, l’attaccante della gente, l’unico vero Paolo Rossi.



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